Scolpire l’intangibile

226_sturmar_03 - Copia

Paolo Figar rivela la figura nascosta di Zeno.

Per il centenario della pubblicazione de “La coscienza di Zeno”, lo scultore goriziano Paolo Figar ha realizzato un’opera dedicata al protagonista sveviano nel belvedere letterario di Lucinico. La scultura rappresenta Zeno in forma frammentaria e quasi caricaturale, ispirata alla tradizione medievale, alla Transavanguardia e all’immaginario postmoderno. L’opera, collocata in un contesto panoramico sul fiume Isonzo, dialoga con il territorio sveviano creando un ponte tra letteratura e scultura contemporanea. [tratto da La Panarie n° 226 – Settembre 2025]

di Barbara Sturmar

Come già anticipato nei numeri precedenti de “La Panarie”[1], si è scelto di rendere omaggio al profondo legame tra Italo Svevo e Lucinico, scenario evocativo di alcune delle pagine più intense e conclusive del romanzo La coscienza di Zeno. In occasione del centenario della pubblicazione del capolavoro letterario, è stata realizzata un’opera significativa, pensata per lasciare un segno tangibile e duraturo di questo rapporto con il territorio.

Un’iniziativa molto significativa che si inserisce in un più ampio panorama di celebrazioni svolte a livello nazionale, dedicate a onorare un romanzo che ha rivoluzionato la narrativa del Novecento e che continua a parlare al lettore contemporaneo con sorprendente attualità. Un classico della letteratura europea, rivisitato in questo frangente attraverso la forza comunicativa della scultura, che racconta con il linguaggio dell’arte la parola di Svevo: un’impronta indelebile del nostro panorama culturale[2].

Le fasi di lavoro

Per la realizzazione del progetto sostenuto dal Consiglio Direttivo dell’A.P.S. (Unione Associazioni Lucinico) e sviluppato da un’idea della prof.ssa Loredana Rossi, si è costituito a fine 2023 un gruppo di lavoro formato dalla stessa docente con Renzo Medeossi e Giovanni Bressan e, anche su segnalazione di Franco Dugo, è stato incaricato il goriziano Paolo Figar a occuparsi dell’aspetto artistico.

Dagli inizi degli anni Duemila, lo scultore ha intrapreso un percorso di ricerca autonomo, lavorando nel suo atelier situato nel cuore del capoluogo isontino: uno spazio straordinario che consente di seguire da vicino il processo creativo dell’artista, dalle fasi di elaborazione alle modalità di realizzazione delle sue opere. Figar che, come scrive Pino Bonanno, “affonda lo sguardo nella grande scuola del mondo, in quella storia che è memoria e stratificazione delle sensibilità, riproponendo opere e temi di grande disciplina che si avvolgono di umana emozione, di ricerca sul vero, ed anche di misteriose azioni di ricerche estetiche[3]”, è tra i fondatori dell’associazione Prologo, nata con l’obiettivo di promuovere le pratiche artistiche contemporanee e favorire un dialogo fertile tra artisti e territorio. Parallelamente lo scultore, che è anche pittore e incisore, si dedica all’attività pedagogica, collaborando con istituti scolastici e diverse realtà educative, sviluppando la sua ricerca attorno alla centralità della figura umana, interpretata come archetipo e campo di tensione tra memoria storica e visione contemporanea. Il suo linguaggio affonda le radici nelle avanguardie storiche del Novecento e nella lezione della Transavanguardia europea, nutrendosi anche di richiami più antichi: dalle forme essenziali e simboliche delle civiltà arcaiche, alle stilizzazioni evocative della figurazione medievale europea[4].  Nei suoi lavori l’artista compie un viaggio verso l’espressività figurativa, prediligendo la tecnica della scultura diretta, con un approccio visionario che sviluppa anche nei disegni e nelle pitture. I suoi modelli sono sulle facciate delle cattedrali gotiche e medievali europee, le sculture di Ernst Barlach, sino ai nuovi espressionisti: da Giuliano Vangi a Katsura Funakoshi; per quanto riguarda l’aspetto realizzativo opera con il legno dipinto, il marmo e il bronzo.[5]

Paolo Figar al lavoro su Zeno

Accettando con entusiasmo di partecipare al progetto lucinichese, a metà luglio 2025 lo scultore è stato intervistato per specificare le fasi dell’allestimento del belvedere letterario Zeno a Lucinico. Omaggio a Italo Svevo, un ensemble inaugurato il 21 dicembre 2024. In origine si era pensato a una semplice targa commemorativa, la cui collocazione nel contesto urbano di Lucinico risultava però problematica, la svolta è arrivata grazie alla fattiva collaborazione del gruppo di lavoro, soprattutto di Bressan coinvolto sia come architetto, sia come presidente dell’Associazione Lucinis: passo dopo passo l’idea ha preso sembianze diverse,  un’evoluzione del progetto che ha spostato l’attenzione da una rappresentazione canonica dello scrittore  (simile alla statua di Michelstaedter in Via Rastello a Gorizia) verso una soluzione più originale, capace di restituire la complessità del personaggio.

Lo studio del materiale scelto, la pietra, è stato oggetto di diverse valutazioni da parte di Figar e lo ha portato ad approfondire in particolare la parte finale della Coscienza, da cui ha tratto una proposta più aderente allo spirito del romanzo. In una prima fase, l’artista aveva immaginato una figura giovanile di Zeno, appoggiata su un grande diario – elemento centrale, redatto secondo le indicazioni psicanalitiche del Dottor S., – come emerge nelle pagine del romanzo. Il protagonista sarebbe stato caratterizzato da elementi simbolici ben precisi, dall’immancabile sigaretta che rimanda al vizio del fumo, alla tazza di caffelatte e le rose destinate alla figlia: dettagli capaci di evocare immediatamente il capitolo finale Psico-analisi, offrendo al pubblico un chiaro riferimento narrativo.

Inizialmente il soggetto venne concepito in posizione accovacciata, con richiami alle figure angeliche dello scultore croato Ivan Meštrović, in particolare, alle sue composizioni di forte intensità spirituale, in cui i soggetti spesso raccolti in pose introverse o contemplative, esprimono una tensione interiore che trascende la mera forma anatomica. Le sculture di Meštrović, influenzate sia dalla tradizione cristiana balcanica sia da un’espressività modernista, racchiudono un senso di monumentalità raccolta, in cui il gesto trattenuto e la postura diventano simboli di dolore, elevazione o sacrificio[6]: un riferimento che suggerisce a Figar una volontà iniziale di evocare una dimensione quasi sacrale, poi rielaborata in chiave più ironica e caricaturale nel progetto definitivo.

Alcune perplessità emerse all’interno del gruppo di lavoro, che aveva giudicato la figura di Zeno proposta da Figar troppo filiforme e non sufficientemente “matura”, spinsero lo scultore goriziano a rivedere l’impostazione iniziale; l’artista optò per una rappresentazione completamente diversa, più vicina al suo “sentire”, dal tono quasi caricaturale, in parte ispirata alla scultura medievale, che spesso ha adottato deformazioni espressive e sproporzioni intenzionali non per fini realistici, ma per comunicare significati simbolici, morali o spirituali. In questo contesto, la scelta di accentuare certe caratteristiche fisiche del protagonista della Coscienza – come il ventre prominente o il capo macrocefalo sormontato da un cappello troppo piccolo – non risponde a un intento puramente umoristico, bensì si inserisce in una tradizione figurativa in cui l’iperbole e la distorsione diventano strumenti per amplificare il contenuto espressivo dell’immagine.

Una scelta consapevole che affonda le sue radici anche nella formazione dell’artista, maturata all’Accademia di Belle Arti di Venezia negli anni in cui si affermava la Transavanguardia: un periodo, caratterizzato da un ritorno alla pittura, alla figurazione e alla soggettività espressiva, in cui l’artista si è confrontato con un clima di reazione rispetto alla freddezza e all’intellettualismo dell’arte concettuale dominante negli anni Settanta e Ottanta. Il ricorso a un linguaggio volutamente deformato si inserisce in una linea di continuità con quell’esperienza, in cui la riscoperta della manualità, della narrazione e della storia dell’arte, inclusa la scultura medievale, ha costituito sia un atto di rottura e insieme di recupero, sia di restituzione della centralità alla corporeità.

La nuova impostazione della rappresentazione di Zeno si avvicinava al linguaggio visivo di Mimmo Paladino, artista legato a modelli dell’arte antica: quelle statue che, pur nella loro frammentarietà, restano soggetti unici, opere mutilate dal tempo, ma ancora vive e profondamente radicate nell’immaginario collettivo. Secondo Figar le statue del mondo classico risultano preziose presenze, giunte fino a noi attraverso i secoli in una forma spesso incompleta: corpi mutilati, privi di arti, volti o dettagli, ma proprio per questo capaci di evocare con ancora maggiore forza la potenza del tempo. La loro frammentarietà non ne sminuisce il valore, anzi lo amplifica, trasformandole in simboli duraturi della condizione umana, sospesi tra un concetto di bellezza ideale e al tempo stesso di effimera caducità. Queste figure, consunte dalla storia, parlano al presente con una voce silenziosa ma persistente, profondamente radicate nella coscienza comune, dove continuano a rappresentare l’essenza stessa della classicità: non come perfezione immobile, ma come dialogo aperto tra presenza e assenza.

Considerando il percorso dello scultore e le sue passioni giovanili, Figar riconosce nel proprio lavoro anche l’influenza dell’immaginario fantastico e visionario del regista giapponese Hayao Miyazaki: le atmosfere sospese, le figure ibride tra umano e meccanico, insieme con la poetica del frammento, tipiche dei film dello Studio Ghibli, trovano infatti eco in alcune suggestioni formali della sua opera.

Nel contesto complessivo dell’ensemble artistico, questa dimensione onirica si bilancia e in parte si smorza, con la presenza imponente di un altro elemento: si tratta di un soldato, una figura severa, realizzata in lamiera di ferro, delineata da Figar con mano esperta. Il contrasto tra l’evocazione fantastica e l’austerità della forma marziale introduce una tensione visiva e simbolica che attraversa l’intera composizione, arricchendola di stratificazioni narrative e di riferimenti culturali. Una silhouette accuratamente studiata, che si discosta consapevolmente dalle sagome retoriche dei militi spesso collocate nei luoghi della memoria legati ai drammatici eventi della Grande Guerra. A differenza delle figure celebrative e monumentali che popolano sacrari e trincee, spesso idealizzate, statiche e prive di individualità, il soldato di Figar si impone per la sua essenzialità formale e per la forza evocativa: non è un eroe ma una presenza inquieta, portatrice di una memoria stratificata, meno enfatica e più interrogativa, capace di lasciare spazio a un senso di vulnerabilità, che indaga la dialettica tra gli opposti.

Nella frizione tra questi elementi l’opera trova il suo specifico carattere espressivo, sollecitando lo spettatore a un confronto estetico e specificamente interiore, dove il dissenso formale si trasforma in un colloquio unitario sulla complessità del reale.

Studio preparatorio sull’opera

Verso la realizzazione finale

Si è giunti a questa fase del progetto anche grazie alla decisione di collocare l’opera in Via del Camposanto,  nella prima periferia di Lucinico, uno spazio panoramico affacciato sul corso del fiume Isonzo, verso Villa Nella e Villa Fausta, le due dimore del paese tradizionalmente legate a Svevo, come è stato recentemente approfondito su queste pagine con nuove scoperte sul legame tra lo scrittore ed Elio, detto Marco, Samaja, proprietario a quei tempi di Villa Fausta[7].

L’identificazione della location diede un’ulteriore svolta ai lavori e si sviluppa un’idea più complessa, offrendo la possibilità di creare uno spazio di riflessione, un luogo della memoria e della contemplazione,  in cui l’architetto Bressan decide di realizzare una pavimentazione a ciottolato di chiaro rimando all’Isonzo, collocareuna panchina Vienna, un leggio con il profilo dei rilievi circostanti e i brani del romanzo legati a Lucinico. Un vero e proprio belvedere letterario, che offre una prospettiva più ampia e suggestiva sul territorio e sulla figura di Svevo, auspicando possa continuare a valorizzare il proprio potenziale culturale, diventando un punto di riferimento per studi, riflessioni e incontri legati alla letteratura e alla memoria.

Al suo interno si colloca la prima opera scultorea dedicata al personaggio di Zeno, che nella sua resa risponde pienamente alle aspettative di Figar, legandosi profondamente al suo contesto. La figura risulta priva delle gambe, ma non è un semplice busto: sembra infatti tagliata a metà, all’altezza delle cosce e crea un effetto di frammentazione che invita a riflettere. L’artista, che ha esplorato il romanzo di Svevo con un approccio attento e personale, cerca di cogliere i dettagli più profondi e intimi del protagonista, ma anche di raccontare un viaggio di introspezione e scoperta interiore.

Nel corso del progetto si è scelto di seguire una direzione moderna e dal gusto contemporaneo, in cui Zeno – come anticipato – si trasforma in una figura quasi caricaturale, ispirata anche ai personaggi dei manga. Figar sostiene che la rappresentazione, volutamente sproporzionata e quasi fumettistica, richiama anche la Pop art ma la supera, immergendosi in un immaginario postmoderno fatto di contaminazioni e stratificazioni: un linguaggio plastico che sfida lo spettatore a entrare in un mondo complesso, un invito a leggere o rileggere la Coscienza per coglierne nuovi significati. Si tratta di un potente stimolo alla riflessione, un ponte tra parola e forma che si propone di smascherare le verità nascoste del protagonista e del suo autore.

Figar sostiene che sarebbe interessante permettere al pubblico di vedere il blocco di pietra grezzo, per comprendere il complesso processo di estrazione della figura: una scelta simbolica che rappresenta il protagonista bloccato nei propri pensieri, immerso in un lento sprofondare interiore. La difficoltà di rappresentare in scultura elementi immateriali come l’acqua o l’aria si riflette nella sfida ancor più profonda di dare forma alla psicologia complessa di Zeno.

Ispirandosi a diverse declinazioni della rappresentazione della figura contemporanea, Figar sceglie di spaziare al limite dal kitsch, come nelle opere Neo-pop di Jeff Koons, ai lavori provocatori della mostra veneziana Treasure From The Wreck Of The Unbelievable di Damien Hirst del 2017, fino alla raffigurazione di personaggi bizzarri con contaminazioni fantasy tipiche di Takashi Murakami. Riferimenti significativi che confluiscono in un linguaggio scultoreo che in Zeno combinano provocazione e sensibilità.

Un patrimonio da valorizzare

Particolarmente significativo è il ricordo affettuoso che Figar conserva della madre, insegnante ed esule giuliana di Pola, oggi ottantenne. Vivendo a Gorizia, la donna sentiva un profondo desiderio di vedere il “suo mare” e, da giovane, portava i figli una volta al mese a Trieste. Passeggiando nella zona di Cavana, donava piccoli regali ai bambini, per poi condividere con tutta la famiglia un pranzo tipico triestino, assaporando insieme le prelibatezze locali. Questa rimembranza delicata ha permesso all’artista di vivere e interiorizzare l’atmosfera unica del capoluogo giuliano, un ricordo che sente ancora vibrante dentro di sé: è proprio a questo legame affettivo e culturale con Trieste che Figar intende rendere omaggio nell’opera, sottolineando una connessione personale forte e indissolubile.

Secondo lui, il rapporto tra Trieste e Gorizia è qualcosa di prezioso e raro: una relazione priva di competizione, un vero e proprio fil rouge che solo la cultura può tessere. Gorizia, definita da Figar “la nostra piccola Vienna” e Trieste condividono radici profonde e uno sguardo comune oltre i confini locali. Proprio come Svevo, che in contatto con il microcosmo di Lucinico ha parlato al mondo intero, allo stesso modo queste due città possono riflettersi l’una nell’altra, nutrendosi a vicenda. In questo scambio culturale e umano risiede la vera ricchezza del territorio, capace di trasformare memorie personali in un patrimonio collettivo da custodire e valorizzare.

Alla luce di queste riflessioni e conoscenze, la lettura dello Zeno del belvedere lucinichese acquista una nuova profondità. Non si tratta di una semplice figura informale, ma di una presenza che sembra sprofondare nel terreno mentre si perde nei propri pensieri, simbolo di un’anima in bilico. Al tempo stesso, stringe nella mano destra una tazza di caffè, ultimo gesto di salvezza e di tenace attaccamento a un mondo ormai alla deriva, sullo sfondo inquietante di un “mondo che si inabissa nel disastro della guerra.[8]

Questa rappresentazione riesce a catturare la complessità del personaggio e del contesto storico, rispecchiando la natura stessa del romanzo, che si colloca al centro della letteratura moderna per la rottura con i modelli precedenti: un testo stratificato e originale, che trova nella scultura di Figar una traduzione visiva altrettanto suggestiva. In questo senso, l’opera del belvedere non è solo un omaggio al protagonista e alla sua epoca, ma anche un invito a immergersi nelle pieghe più profonde della mente umana e della storia, a riflettere sulla fragilità e sulla complessità dell’esistenza in tempi di grandi trasformazioni.

In conclusione, Figar si dichiara pienamente soddisfatto del risultato finale e per testimoniare il valore della collaborazione, ha realizzato una xilografia dedicata a chi ha contribuito concretamente alla nascita del belvedere, sottolineando come ogni scelta sia stata frutto di un confronto condiviso all’interno del gruppo di lavoro, che ha partecipato non solo con competenza, ma anche con coinvolgimento emotivo. Questa disponibilità a entrare in un mondo complesso e a riconoscerne il potenziale ha reso possibile un lavoro di ricerca accurato.

Chi, anche a distanza di anni, si fermerà davanti a quest’opera potrà percepire la cura e la riflessione che l’hanno animata nelle sue fasi di studio e realizzazione. Il belvedere non è solo un luogo fisico, ma un invito a distaccarsi dalla frenesia confusa della vita quotidiana per aprirsi a una lettura più attenta, non solo del mondo esterno ma soprattutto di noi stessi, per ritrovare quella calma e quella profondità che spesso sfuggono nel rumore del presente. In questo senso, l’opera diventa un ponte tra letteratura, scultura, memoria e introspezione, un segno tangibile della capacità dell’arte di trasformare lo spazio e il tempo in momenti di autentica contemplazione, simile a quel “raccoglimento” che più di cento anni fa ha permesso anche a Zeno di guarire, osservando l’Isonzo a Lucinico.

In copertina: Inaugurazione del belvedere letterario, 21 dicembre 2024


[1] Barbara Sturmar, Un belvedere per Zeno. Lucinico omaggia Italo Svevo, “La Panarie”, n. 223, Dicembre 2024, pp. 293-296.

[2] Barbara Sturmar, “Sprofondato nelle fiamme.” Zeno a Lucinico, “La Panarie”, n. 222, Settembre 2024, pp. 293-301.

[3] Paolo Figar citato da Pino Bonanno in https://www.prologoart.it/paolo-figar/

[4] Si ricorda che Paolo Figar ha partecipato una ventina di simposi internazionali di scultura in Italia e all’estero, collabora inoltre con diverse gallerie d’arte venete. Tra le mostre personali recenti si ricordano le esposizioni alla Polveriera Napoleonica di Palmanova, all’Abbazia di Sesto al Reghena, al padiglione HIT di Nova Gorica in Slovenia e la mostra su dieci anni di lavoro Paolo Figar opere 1999-2005 alla Galleria Sagittaria di Pordenone. Paolo Figar. La pittura, a cura di Giancarlo Pauletto, Pordenone, Centro iniziative culturali Pordenone, 2018.

[5] https://centroculturapordenone.it/cicp/arte/galleria-sagittaria/galleria-del-tempo/2018/Paolo_Figar/chi-e-paolo-figar

[6] Per approfondire la figura e l’opera di Ivan Meštrović è possibile consultare il sito https://web.archive.org/web/20100310183330/http://www.mdc.hr/mestrovic/, la gran parte della bibliografia è disponibile in lingua croata o inglese.

[7] Uno studio recente ha portato a galla particolari importanti, che hanno permesso di giungere a una svolta significativa, collegando lo scrittore triestino a Villa Fausta e creando un definitivo legame con Lucinico. Un aggiornamento che contribuisce a restituire una visione più accurata della biografia di Svevo e del contesto in cui ha sviluppato una parte significativa del suo romanzo. Barbara Sturmar, “Sprofondato nelle fiamme.” Zeno a Lucinico, “La Panarie”, n. 222, Settembre 2024, pp. 293-301.

[8] Paolo Figar, L’opera d’arte: Zeno in Zeno a Lucinico: omaggio a Italo Svevo nel centenario della pubblicazione della Coscienza di Zeno, interventi di Tiziana Piras …[et al.], Cormons, Poligrafiche San Marco, 2024, p. 13.

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