Recensione: “La Faglia Dentro – Cosa resta del 6 maggio 1976” di Walter Tomada

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di Enrico Petris

Il libro di Walter Tomada rappresenta il tentativo di mostrare contemporaneamente l’eccezionalità di un evento, che è rimasto dentro a tutti i friulani come un punto di discrimine, la faglia del titolo, e la spinta alla trasformazione che il mondo in fondo ancora contadino del Friuli subisce in modo irreversibile. I friulani durante gli anni successivi al sisma hanno dimostrato una straordinaria capacità di rinascita ma hanno contemporaneamente perso l’anima della tradizione. Il passaggio, determinato dalla ricostruzione, dalle corti che accomunavano e facevano socialità alle villette narcisiste è ciò che caratterizza il presente che abbiamo ereditato da quella fase. Nonostante il terremoto abbia dimostrato la capacità del Friuli di risorgere, anche grazie ai numerosi aiuti ricevuti dalla solidarietà internazionale, e abbia messo in luce la capacità di creare rapporti nel momento del bisogno, ha però prodotto a lungo termine un fenomeno di atomizzazione sociale che ci ha portato alla situazione attuale dove si profila l’orizzonte dell’anomia nel momento della massima espansione di quell’ego individuale sovraesposto della società che si autorappresenta sui social.

Sembra quasi che la faglia dentro sia stata provocata dalla particolare ricostruzione del patrimonio edilizio del Friuli. La distruzione dei cortili con le case dei vicini attaccate ha prodotto la distruzione dei rapporti di buon vicinato che caratterizzavano il Friuli. Più del terremoto pertanto, poté la ricostruzione per la trasformazione e riproduzione sociale. Se il Friuli era una società che avanzava con lentezza nella modernizzazione, il terremoto ha rappresentato il suo pieno inserimento nella modernizzazione italiana ma anche la perdita della sua unicità fatta di solidarietà, di aiuto reciproco, di vita comunitaria. È questo quanto in estrema sintesi sostiene l’autore, che impreziosisce il libro con un importante secondo capitolo dedicato alla posizione degli intellettuali, su come abbiano trasformato la loro traiettoria culturale a partire dall’evento. E allora sono le voci di Sgorlon, Turoldo, Leo Zanier e Cappello che emergono sulle altre. Non è un caso se due, anzi tre, di questi furono poeti. La cultura friulana si è sempre espressa anzitutto attraverso la voce della poesia, e non è un caso se per molti altri intellettuali il 1976 rappresenta una svolta di tipo propriamente poetico, si pensi soprattutto a Giacomini e Bartolini.

Il libro di Tomada è ricco di dettagli e di episodi. Riporta fatti noti e gloriosi, senza celare gli scandali che pure ci furono, ed episodi meno noti e pur emblematici. Rappresenta un importante punto di riferimento per la storia locale, un ripensamento della modernizzazione friulana e dei suoi contraccolpi sulla chiesa e sul potere politico. Il terremoto ha infatti dimostrato una straordinaria fase di crescita della politica e della partecipazione alla vita comunitaria dalla quale sono stati influenzati profondamente anche i partiti politici. La grande voglia di discutere dentro le assemblee delle tendopoli ha mostrato il nuovo volto della comunità friulana, non più taciturna come l’oleografia la dipingeva, ma combattiva e decisa. Dal silenzio dei sotàns si è arrivati ad una partecipazione attiva, che è durata però fino a quando è finita la ricostruzione. In questo contesto, Tomada sottolinea il ruolo secondario del sindacato, il rilievo di alcune figure istituzionali (Zamberletti e Comelli), e gli straordinari aiuti della solidarietà internazionale. È un libro che farà sicuramente molto discutere ed ha dei pregi indubitabili, soprattutto quello di guardare al passato senza indulgere a piangersi addosso e senza tanto autocompiacersi per gli indubbi successi della ricostruzione.

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