Attraverso l’esperienza di affittacamere della famiglia D’Agostini, e un Registro dell’albergatore, vengono ripercorse le tappe della storia del turismo estivo, o meglio della villeggiatura, a Clauzetto, piccolo paese montano delle Prealpi Carniche.
di Claudio D’Agostini
Anni Cinquanta: il ritorno dei villeggianti
Superati i primi durissimi anni del dopoguerra, a partire dalla fine degli anni Quaranta cominciarono a ricomparire a Clauzetto i foresti venuti a godersi il fresco della montagna nei mesi caldi dell’estate. Erano ancora pochi. I bisogni urgenti erano altri e i soldi scarseggiavano, specie tra chi sceglieva gli affittacamere per le vacanze: una villeggiatura modesta, in alloggi di case private. Era parte di un’economia povera la cui risorsa principale era l’emigrazione. Le pigioni pagate dagli ospiti contribuivano a integrare i bilanci familiari.
Il 9 agosto 1950 D’Agostini Domenico fu Giovanni (conosciuto in paese come Meni di Nêl) ottenne dal sindaco di Clauzetto la Licenza «per esercitare in questo comune l’industria di affittare una camera» nella sua modesta abitazione di Via Villa, 39 «dietro pagamento dell’annua tassa di concessione di L. 600». L’anno dopo fu aggiunta anche una Autorizzazione per la stessa attività, che comportava un esborso annuale suppletivo di L. 1.000. Si aggiungeva la richiesta di un certificato sanitario su carta da bollo da L. 100 rilasciato annualmente dal medico condotto.

Clauzetto, Archivio familiare.
Non che ci fossero a quell’altezza molti arrivi: erano ancora rari i turisti, parola pressoché anacronistica per indicare chi veniva a passare le vacanze in montagna, per cui si usava allora piuttosto villeggianti. Oltre alla generale situazione economica del Paese, e del Friuli in particolare, pesava la limitata vocazione turistica delle Prealpi Carniche.

Clauzetto, Archivio familiare.
Le Prealpi Carniche: isolamento e arretratezza
La vasta area montuosa che da Erto e Casso arriva fino alla Val d’Arzino restava in gran parte isolata ed economicamente depressa. Ne è prova l’uscita assai tardiva del sesto volume della Guida del Friuli dedicato alle Prealpi Carniche, che comparve solo nel 1986, mentre le altre zone della Regione avevano da tempo la loro guida, la prima uscita addirittura cent’anni prima[1]. Le Guide delle singole subregioni accompagnarono la progressiva scoperta del Friuli Venezia Giulia aprendolo progressivamente al mondo. In esse si condensavano le esplorazioni di naturalisti e alpinisti, studi in varie discipline di storici, storici dell’arte, letterati.

Nelle Prealpi Carniche l’esplorazione avanzò molto lentamente. Faceva rilevare nella sezione della Guida dedicata a Esplorazione e storia alpinistica Tullio Trevisan, uno dei contributori:
«Le Prealpi carniche (…) restarono per molti secoli in uno stato di isolamento, di arretratezza difficilmente riscontrabile altrove in situazioni geografiche analoghe, parimenti o più disagiate per natura e difficoltà di accesso. La struttura impervia dei luoghi, la successione continua di aspri massicci, separati da profonde forre tormentate e selvagge, la mancanza di grandi vallate facili ed aperte a favorire la penetrazione, l’insufficienza di vie di accesso e di comunicazione, lo scarso insediamento umano frazionato in tanti piccoli villaggi, possono forse spiegare la difficoltà ed il ritardo dell’evoluzione sociale, economica, culturale di quelle popolazioni»[2].
Marinelli a fine Ottocento poteva ancora affermare: «si può dire a buona ragione che [le Prealpi Carniche] sono una terra incognita».
L’esplorazione partì dal quadrante occidentale. Fa storia a parte la prima ascensione documentata, quella del Monte Cavallo da parte di due veneziani nel 1726[3]. Val Cosa e Val d’Arzino invece rimasero per lungo tempo ai margini, «trascurate e neglette: la modesta altezza dei monti, che non raggiunge mai i 2000 metri, le strutture massicce, i versanti ripidi e brulli, spesso coperti da erba ed arbusti, non hanno mai costituito oggetto di grande attrazione tra turisti ed alpinisti»[4].
Stazione idroterapica e pellegrinaggi: due poli di attrazione
Tuttavia, già tra le due guerre un afflusso, se pur debole, di foresti cominciò a farsi vedere anche a Clauzetto, trascinato dalla fortuna della stazione idroterapica di Anduins. La richiesta di alloggi da chi veniva per cure era alta e le strutture alberghiere e gli affittacamere di Anduins e Vito d’Asio non riuscivano a soddisfarla, e quindi una parte di chi veniva a passare le acque ricorreva a Clauzetto.
Del loro passaggio è prova la diffusione di cartoline spedite dal paese che ne diffondevano l’immagine mettendone in rilievo soprattutto la splendida posizione panoramica, con vista sulla pianura e sul corso del Tagliamento fino al mare.


Clauzetto, Archivio familiare (ambedue le cartoline).
Però l’afflusso maggiore in quegli anni, anzi già dal secolo XIX, e con numeri che avevano destato l’attenzione, e la preoccupazione, delle autorità era dato dall’ingente numero di pellegrini che a Clauzetto accorrevano per il Perdòn, la festa che vedeva accorrere al santuario di S. Giacomo, custode della reliquia del Preziosissimo Sangue di Cristo, folle di devoti, tra cui molti desiderosi di sottoporsi agli esorcismi. Numerosissimi erano quelli che venivano dalla Slovenia, al punto da mettere in agitazione i parroci che vedevano i propri fedeli disertare le chiese e i campi[5].
L’afflusso dava impulso a una capillare ospitalità nelle locande e osterie e presso i molti affittacamere. Si trattava però di un concorso limitato al periodo delle celebrazioni (attorno alla festa dell’Ascensione), quando il paese era letteralmente invaso dai pellegrini. Poi, a partire dagli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, il flusso si ridusse notevolmente, sia da Friuli e Veneto per il progressivo mutarsi della religiosità, sia dalla Slovenia per la nuova definizione dei confini e l’instaurarsi del regime comunista[6].
Un Registro dell’albergatore
Una compensazione, molto minore per numeri, cominciò a venire dagli arrivi dei villeggianti. Un Registro dell’Albergatore tenuto da D’Agostini Domenico e sopravvissuto a quella lontana stagione permette di gettare uno sguardo su quanto avveniva agli inizi degli anni ’50.
Si tratta di un fascicolo a grandi fogli doppi stampato dalla tipografia Menini di Spilimbergo per uso degli affittacamere, ai quali incombeva l’obbligo di registrare gli ospiti e di comunicare all’autorità di pubblica sicurezza arrivi e partenze. I vecchi moduli riportavano ancora in copertina IL PODESTÀ, e all’interno una colonna che richiedeva di precisare la razza (ebreo – non ebreo), voce soppressa negli stampati del dopoguerra[7].

Nel Registro andavano riportati i nomi dei villeggianti, data di nascita, domicilio, professione, documento d’identità, giorno di arrivo e di partenza.
Dopo le prime sporadiche presenze riportate nel Registro (una sola nel 1947, due nel 1948), gli arrivi si infittirono a partire dal 1950 (nove), segnale di un miglioramento nelle disponibilità economiche generali e dell’instaurarsi di un costume.
Non che in paese si fosse molto pronti, o addirittura disposti, ad accogliere i foresti. Era un paese di emigranti e chi restava (in gran parte donne) era gente che lavorava duro, con sveglia all’alba per mungere le mucche e a letto presto “con le galline”, come si diceva. Un curioso articolo del «Messaggero Veneto» del 25.08.1949, piena stagione estiva, racconta addirittura di un coprifuoco ordinato dai Carabinieri a partire dalle 22, con divieto di schiamazzi, canti, comitive chiassose. Se era stato imposto dall’Arma doveva essere stato giudicato opportuno, o richiesto, da una parte dei residenti. Ma quanto potesse essere gradito ai villeggianti e alla gioventù del loco lo si può immaginare; difatti ci furono proteste, anche per il timore di compromettere i due brevi mesi della villeggiatura estiva, che – si dice – portava «qualche lieve beneficio» al paese.

Gli arrivi comunque aumentavano, come mostra anche il Registro. Le sue colonne ne riportano in media cinque-sei per stagione, in una casa di quattro stanze, dove viveva anche una famiglia di quattro persone, tra cui due giovani sposi. Ci furono interruzioni e una diminuzione nel 1956 (solo tre arrivi), finché si giunse alla cessazione definitiva dell’attività alla fine della stagione estiva del 1957 per trasferimento della famiglia in Carnia.
Chi erano i villeggianti
Dal Registro si può ricavare un sommario profilo dei villeggianti per genere, età, provenienza, occupazione, permanenza in paese. I numeri sono ridotti (31 registrazioni in tutto), ma se ne ricava ugualmente un’impressione generale. Le presenze si concentravano nei mesi di luglio e agosto, mesi delle ferie e dell’afa in pianura.
Tra gli ospiti c’era una maggioranza di genere femminile (61%) e prevalevano i/le giovani fino a 34 anni (48,3%). Per la provenienza, predominavano gli arrivi dalla bassa pianura (42%)[8] e da Trieste e Muggia (32%). Ma c’erano arrivi perfino da Milano.

Gli ospiti, come si ricava dall’occupazione dichiarata, erano di estrazione modesta, cosa facilmente prevedibile dal tipo di alloggio scelto. Prevalevano le casalinghe (11), seguite da impiegati e impiegate (6). C’erano alcune tipiche occupazioni femminili (cassiera, commessa, parrucchiera, un’insegnante). Non mancavano operai e contadini. Tre di questi ultimi provenivano da Teglio Veneto, tra cui un giovane di vent’anni che venne registrato per tre stagioni di seguito (quando aveva 20, 21 e 22 anni), due volte nella seconda metà di luglio (partenza non indicata) e la terza con arrivo l’8 agosto 1952. Allora si fermò per ben 22 giorni. Gli altri due agricoltori di Teglio che soggiornarono con lui nello stesso periodo (8-30 agosto) erano un ragazzo di 17 anni e un adulto di 40.
Solo a partire dal 1952 vennero segnate con regolarità oltre agli arrivi anche le partenze, il che permette di verificare la durata dei soggiorni. Dati che, quantunque parziali, paiono indicare una tendenza a soggiorni di 3-4 settimane: una vera e propria villeggiatura.

Clauzetto, archivio familiare.
Una vacanza spartana
La scelta dell’affittacamere piuttosto che dell’Albergo alla Posta, unica struttura alberghiera del paese con una certa capacità ricettiva (ma c’erano anche una o due pensioni), era indubbiamente dettata da ragioni economiche. Si risparmiava, ma occorreva adattarsi. I servizi igienici erano minimi: non c’era bagno, ci si doveva servire del condòt, una latrina esterna rudimentale, situata in un angolo del cortile tra muro di cinta e legnaia, con una porta in legno e un chiavistello, una finestrella per l’aerazione e un asse con foro centrale[9].
Era lo standard a Clauzetto. Il censimento del 1951 conferma che Via Villa 39 (poi divenuta 54) era nella media. Nel Comune solo il 2,3% delle abitazioni possedeva un bagno, il 74,4% aveva una latrina esterna e il 9,3% una interna.
Non migliore era la situazione dell’acqua: appena il 14,1% delle abitazioni disponeva d’acqua corrente. La maggioranza si serviva alle fontane, corvée che toccava alle donne. Nelle camere erano a disposizione per la toilette un catino con la brocca collocati su un apposito armadietto con ripiano in marmo e specchio, detto lavandino; in alternativa un lavamano con un telaio in ferro battuto su cui si poggiavano brocca e bacile e a cui si appendeva un asciugamano. Immancabile era il vaso da notte in ferro smaltato o in ceramica, chiuso nei comodini, uno per persona. Al mattino lo si andava a svuotare nel condòt.
La situazione di Clauzetto si specchiava in quella della provincia di Udine, come mostra la tabella seguente. Oltre ai dati provinciali si è preso a confronto il vicino Comune di Vito d’Asio; inoltre, Sesto al Reghena nella Bassa, più Trieste e Muggia, da cui venivano i numeri maggiori di villeggianti.

Clauzetto, casa privata.
La situazione dei servizi a Sesto era peggiore in tutti i parametri dei servizi (acqua potabile, latrine, bagno, elettricita). Stando al censimento, l’acquedotto non arrivava nelle case e la maggioranza si serviva dei pozzi.
A Trieste i servizi erano migliori, anche se ancora il 28,1% delle abitazioni aveva latrine esterne e solo il 20,8% il bagno. Già a Muggia la percentuale di latrine esterne saliva al 60,1% e quella dei bagni scendeva al 7,1%. Colpisce la percentuale piuttosto bassa di abitazioni di Muggia fornite di elettricità (solo il 59,3%, decisamente inferiore rispetto ai nostri paesi e alla Provincia di Udine)[10].

La vita della famiglia dell’affittacamere
La piccola attività di affittacamere si intrecciava con la storia della famiglia. Dapprima fu l’anziano Meni di Nêl a tenere il registro. Pe lui, ex-combattente decorato nella Grande guerra, e in difficoltà con il suo piccolo commercio di tessuti e passamanerie a causa della concorrenza di due negozi più forniti, l’attività di affittacamere doveva essere un ripiego, non si sa quanto risentito, ma comunque utile per il bilancio familiare.
Dal 1950 subentrò (lo si nota dal cambio di grafia) il figlio Silvano, maestro elementare. Il cambio era legato anche alla vedovanza di Meni: la moglie Ida era morta nel 1949, anno in cui non si registrano arrivi. La continuazione dell’attività integrava lo stipendio di maestro.
Silvano nel maggio del ’50 sposò Margherita e dopo il ritorno dal viaggio di nozze a Roma riprese l’attività. Quell’estate si giunse ai limiti della capienza (nove ospiti, con arrivi successivi nell’arco dei mesi di luglio e agosto) e la necessità di restringersi (le camere da letto destinate agli ospiti erano due).
Nel 1951 nacque il primogenito, Claudio. Il piccolo dormiva in camera con i genitori, quindi quell’anno l’attività continuò, e così nel 1952. Invece fu sospesa nel 1953 all’arrivo della figlia Giuliana, anche perché venne a vivere in casa, nuova affittuaria, una giovane levatrice. Non ci furono ospiti di nuovo nel 1955 alla nascita del terzogenito, Marco.
Si arrivò infine al 1957, anno in cui dopo la stagione estiva la famiglia si trasferì in Carnia, dove Silvano prese servizio come insegnante. Era una partenza obbligata. Gli anni Cinquanta videro un esodo massiccio dal paese: il censimento del 1951 registrò 1840 abitanti, ma i presenti erano parecchi di meno: 1480.

Clauzetto, Archivio familiare
Le classi affollate delle scuole presenti nelle frazioni piu popolose della valle si erano andate riducendo. Già l’anno prima Silvano aveva dovuto lasciare la sua scuola di Celante, frazione a sud di Clauzetto, per Morsano al Tagliamento, nella bassa pianura. Non proprio dietro l’angolo, e venne utile la Vespa per andarci la domenica sera e tornare il sabato: viaggi che erano anche divertimento per lui appassionato delle due ruote. Di quell’anno di insegnamento nella Bassa resta traccia anche in un villeggiante di Morsano, che soggiornò in casa nel settembre del 1957: un parrucchiere, da cui forse Silvano andava a farsi tagliare i capelli.
La villeggiatura in montagna
Nel piccolo paese di montagna gli impiegati, gli operai e i contadini replicavano a loro modo le smanie della villeggiatura delle classi più dotate di mezzi e si potevano permettere anche soggiorni prolungati. I villeggianti venivano per sfuggire alla calura e ritemprare le forze nel fresco della montagna. Dovevano essere decine le licenze di affittacamere in paese. D’estate Clauzetto si riempiva di foresti che affollavano le osterie e soprattutto il locale alla moda di quei tempi, il bar Corona nel centro della Villa, capoluogo del Comune. La spinta all’economia locale si faceva sentire in tutto il piccolo tessuto di esercizi, a quel tempo ancora numerosi; ne beneficiavano anche gli ambulanti, come il pescivendolo venuto da Marano con la camionetta del pesce che lanciava ogni venerdì il suo richiamo tonante in piazza per attirare clienti del paese e gli ospiti da fuori.
Si può immaginare che i villeggianti si dedicassero a lunghe passeggiate, al godimento dei panorami e che prendessero parte alla vita di un paese ancora popolato e vivace nonostante l’esodo. L’obbligo del silenzio serale sarà stato tolto prima o poi. Il gradimento della villeggiatura era provato dal fatto che l’ospite non di rado ritornava l’anno successivo. La vacanza aveva un sapore di semplicità, se non di rusticità, specialmente per i cittadini. Invece per chi veniva dalla Bassa, a parte il bel clima temperato di montagna, le cose non dovevano cambiare molto quanto a comodità.
Nei pochi sopravvissuti di quell’epoca resta il sapore di estati di spensieratezza e allegria, di gioventù. I soggiorni di tre–quattro settimane consentivano di familiarizzare, creare simpatie, amicizie, comitive per passeggiate ed escursioni. Chi entrava nel bar lo trovava pieno di gente allegra, triestini con il loro tipico piglio godereccio da carpe diem e il vociare sonoro della loro parlata, friulani e veneti gagliardi bevitori. E, cosa eccezionale per l’austero paese durante l’anno, anche giovani donne.
Nel piccolo mondo paesano l’arrivo e il soggiorno di ragazzi e ragazze nel fiore degli anni, nei mesi spensierati dell’estate liberi da doveri e impegni lavorativi, erano una novità che trasformava la vita, usualmente monotona, con tante occasioni di incontri e divertimento.
Era una gioventù che trovava in sé stessa, nel contatto diretto, nella sua vitalità naturale e nel sentimento di rinascita di tutta l’Italia del dopoguerra le risorse per vivere giornate sempre nuove, sempre vive. E c’era solo la sala da ballo il sabato e le canzoni alla radio.
Poveri ma belli[11], poveri ma felici.
Ritorno all’oggi
Oggi anche il nome di villeggiante è caduto in disuso e si usa turista di derivazione francese. Ormai si è passati a un turismo di passo: ci si ferma per un fine settimana, al massimo pochi giorni. Chi viene a Clauzetto in rari casi soggiorna presso case private, in genere si rivolge all’albergo Corona e all’Albergo diffuso, che gestisce case sparse nel territorio del comune, quasi tutte ristrutturate a questo scopo con fondi regionali[12]. Finite anche le vacanze spartane. Tutte le case sono state ristrutturate dopo il terremoto del 1976. Per raggiungere il paese, mentre negli anni Cinquanta si percorrevano strade bianche e non pochi arrivavano con la strombazzante corriera, ora si viaggia su strade asfaltate e con la propria automobile.
Il mondo è cambiato in modo tale che, se qualcuno ritornasse da quell’epoca, non lo riconoscerebbe più. Il paese è vuoto, le case in gran parte chiuse, le vie silenziose, non c’è quasi nessuno con cui parlare. Al posto dell’animatissima cooperativa degli anni Cinquanta, delle altre botteghe, delle osterie e del bar c’è solo un piccolo negozio di alimentari e un bar-ristorante. Si possono ancora compiere splendide passeggiate, il paesaggio continua a incantare, ma è difficile immaginare di prolungare il soggiorno per qualche settimana o un mese come un tempo. Le Grotte Verdi con il loro fascino selvaggio e il Museo della Grotta di Pradis, i borghi con la loro architettura spontanea, le chiese, specialmente il gioiello della pieve di S. Martino (se si ha la fortuna di trovarle aperte), si visitano una sola volta. Tutto si può esaurire nel giro di due giorni.
È in aumento da qualche anno il numero dei residenti nelle seconde case, e le presenze nella stagione turistica arrivano a qualche migliaio nelle diverse sedi dell’Albergo diffuso, ma sono di breve durata. Scomparso il villeggiante, il turista non solo si ritrova in un ambiente totalmente mutato dal punto di vista urbano, naturale e umano, ma ha anche un profilo diverso: per la vacanza si cercano esperienze, emozioni ed anche «attrazioni mondane» (come rilevava già nel 1949 il «Messaggero»), che il piccolo paese non può offrire.
Colpisce il perpetuo silenzio che regna tra le vie, quasi sempre deserte. Il paese è come uno scenario vuoto del tempo che fu. E dove un tempo si restava, ora si passa.

Sito web dell’Associazione Antica Pieve d’Asio, Cartoline storiche.
[1] Questa la successione dei volumi della Guida del Friuli: 1. G. Occioni-Bonaffons, Illustrazione del Comune di Udine (1886), 2. G. Marinelli et. al., Guida del Canal del Ferro (1894); 3. G. Marinelli et al., Guida della Carnia (1898); 4. O. Marinelli et al., Guida delle Prealpi Giulie (1912); 5. M. Gortani et al., Gorizia con le vallate dell’Isonzo e del Vipacco (1930). La pubblicazione riprese solo più di cinquant’anni dopo con 6. M.G.B. Altan, Prealpi Carniche, seguita da 7. G. Bergamini et al., Val Canale (1991).
[2] Guida del Friuli. 6. Prealpi Carniche, p.285.
[3] Giovanni Girolamo Zanichelli e Pietro Stefanelli, spinti da un interesse naturalistico, specialmente botanico (Prealpi Carniche, pp. 288-89).
[4] Op. cit., p. 301. La Guida dedica alcune pagine attente a Clauzetto (pp. 477 sgg.), comprese, nello spirito della pubblicazione di una Società Alpina, le escursioni in montagna. Invece nella più recente guida del Touring Club Italiano (Friuli Venezia Giulia, 2005) non si fa neppure menzione di Clauzetto.
[5] Sui flussi di pellegrini fra Carinzia, Slovenia e Clauzetto, v. D. Cozzi – E. Zannier, Gli spirtâz di Clauzetto, pp. 476-464 e D. Cozzi, Il Perdòn di Clauzetto, pp. 53 sgg. Un capitolo a sé, che poco incise sulla continuazione del Perdòn, furono le inchieste, gli interventi giornalistici, le relazioni di medici, gli esposti alle autorità che si susseguirono a partire da metà ’800, con un’acme negli ultimi due decenni e i primi del ’900. Un esempio di scienza positivista applicata è la relazione su L’epidemia di istero-demonopatie in Verzegnis (1879) del dott. F. Franzolini, primario dell’ospedale di Udine, che dedica una parte dell’Appendice al «così detto Santuario di Clauzetto» (pp. 102-107).
[6] La geopolitica e la storia, l’evoluzione delle mentalità e dei costumi furono più efficaci della scienza positivista. A ben poco erano serviti gli appelli, ad es. dello stesso Franzini, a «vietare efficacemente i pellegrinaggi a Clauzetto, in quel vergognoso avanzo di medio-evo, vitupero dell’odierna civiltà dell’Italia e del Friuli nostro, sentina di fanatiche brutture, martello e mercato della più ignominiosa e della più miserevole ignoranza» (op. cit., p. 87). Cadde nel vuoto anche l’auspicio che «sia presto suonata l’ultima ora per gli spettacoli e le ciurmerie, per gli esorcismi e per i pellegrinaggi» (ivi, p. 107).
[7] Come fu soppresso anche il podestà. Un primo decreto luogotenenziale (4 aprile 1944, n. 111) ripristinò la carica di sindaco (con nomina del CLN), ovviamente senza effetto nelle zone occupate dai nazifascisti. Dopo la Liberazione un altro decreto luogotenenziale (7 gennaio 1946, n. 1) reintrodusse in tutta Italia la giunta ed il consiglio comunale, con sindaco e giunta scelti dal consiglio eletto dai cittadini.
[8] S. Vito al T., Fiume Veneto, Sesto al Reghena e comuni limitrofi in provincia di Venezia, ma gravitanti sul Friuli: Pramaggiore, Teglio Veneto, Cinto Caomaggiore, Gruaro.
[9] Vedi l’arguto, ironico e a suo modo nostalgico rimemorare di G. Colledani, Elogio del cesso rustico, in «Il Barbacian», XL, n. 1 (luglio 2003), pp. 29-30.
[10] Tutti i dati citati da ISTAT, IX Censimento generale della popolazione, 4 novembre 1951. Volume I. Dati sommari per comune. Fasc. 27, Provincia di Udine e Fasc. 28, Territorio di Trieste.
[11] Poveri ma belli (1957) è il film di Dino Risi che ha immortalato quella stagione.
[12] Il progetto dell’albergo diffuso, nato in Carnia dopo il terremoto del 1976, è una forma di attivita alberghiera che utilizza strutture abitative esistenti ristrutturate. L’obiettivo del progetto è quello di rivitalizzare i piccoli centri, in particolare montani, favorire il recupero edilizio, sviluppare un’attività turistica sostenibile a beneficio del territorio. Una lista di alberghi diffusi degni di nota in FVG si ritrova nel sito dedicato: https://www.hotelatema.it/10-migliori-alberghi-diffusi-friuli-venezia-giulia.