di Enrico Petris
È un romanzo storico e contemporaneamente ha punte di soprannaturale (fantasmi, agane), è un brillante romanzo di costume e femminile e contemporaneamente un romanzo politico e femminista. È tante cose insieme il romanzo di Elena Commessatti Il tempo delle viole, Newton Compton 2026, e nonostante possano apparire in contraddizione tra loro l’abilità narrativa della scrittrice udinese riesce a farcele accettare come punti di vista compossibili. È anche un romanzo popolare. Popolare nel senso che in esso viene rappresentato il popolo, tutto il popolo, tutte le classi sociali: dalla borghesia illuminata (è il caso di dirlo per Malignani) e operativa, fattiva: padroni di filande e benefattori, al proletariato femminile ancora senza sindacato ma già in grado di organizzarsi autonomamente per rivendicare i propri diritti, mentre la nobiltà è sognata, da Bianca, ma quando la si conosce a fondo mostra di avere segreti indicibili da nascondere. Siamo in Friuli, tra Udine e Carpacco, qui la vita delle tre ragazze protagoniste: Viola, Aurora e Bianca, si dipana mostrando la loro formazione culturale, intellettuale, professionale, fino a quando diventeranno donne consapevoli. La Udine che Elena Commessatti ci presenta è quella dei Kechler, dei Malignani e dei Marco Volpe. La Udine dello sviluppo tecnologico di rilievo mondiale, con l’illuminazione precoce della città, o di rilievo nazionale, come la fiera campionaria del 1903, o quello locale del tram che collegava Udine con Carpacco, (in realtà con Rivotta, per poi proseguire per San Daniele). C’è anche una parte veneziana, strettamente legata al mondo dell’arte, dove Viola si reca per coltivare le sue ambiziose idee di beneficenza estetica.
In modo sotterraneo, come il letto di parte del suo corso, si comincia a capire la centralità che assume il Tagliamento: è lì che Aurora va quando deve riflettere sulla sua vita, su ciò che deve fare e in quali modalità, sul significato autentico del suo agire. Sì perchè le ragazze di Elena Commessatti, che diventano donne tra il 1888 e il 1903, sono donne d’azione. Non stanno a guardare la realtà passivamente, vogliono incidere su di essa, con il loro corpo e con il loro coraggio, senza fermarsi davanti alle difficoltà e anzi considerando le difficoltà una sfida, e un modo per rilanciare la posta.
Ogni tanto si ha perfino la sensazione di leggere un saggio di storia o di antropologia (il cibo, gli abiti), perché vi è straordinario scrupolo per l’ambientazione storica: fatti, personaggi, monumenti, edifici, eventi, sono descritti attraverso la ricerca negli archivi e sulle mappe della belle époque udinese. Perché è questo che viene descritto: una società che vive nel conflitto, ma che sa trovare le vie d’uscita, un proletariato che rivendica i propri diritti ed un padronato in grado di riconoscerli. Non sembra proprio calzare la definizione dell’Orson Welles de La ricotta di Pasolini: “il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”. Non qui, non a Udine.
Ogni tanto si ha l’impressione che il libro sia uno spot per il territorio. Se avessimo politici sensibili più alla lettura che all’enogastronomia, scoprirebbero che i veri tesori per le loro campagne pubblicitarie sono in questo libro.
Quando all’inizio ho scritto che è un romanzo politico, non lo ho fatto solo perché è un romanzo femminista, benché senza l’orgoglio della militanza e senza premere in modo eccessivo sulle differenza di genere, ma anche perché la polis viene rappresentata in tutte le sue sfaccettature, senza farci sentire però la presenza della chiesa e della cultura cattolica. Lo fa solo per richiamare l’enciclica sociale di Leone XIII. Ma tutto il resto si svolge in un clima profondamente laico, benché non anticlericale. È questo uno degli aspetti non secondari di questo romanzo. Un effetto che prende a poco a poco mentre ci si inoltra nella lettura. Tanto per fare qualche esempio di contrasto, anche nel romanzo di Pier Giorgio Gri, dal titolo peraltro simile Il tempo delle scelte, dedicato a degli studenti universitari udinesi che diventano, nella finzione narrativa, terroristi rossi, c’è una lunga parte dedicata alla loro formazione nella parrocchia di San Cristoforo. Intendo dire che anche negli ambienti più secolarizzati è possibile rinvenire un sottofondo cattolico. E d’altronde, che cosa ha fatto l’ateo Bartolini se non scrivere e pubblicare a più riprese i suoi racconti cattolici? Peraltro, nel libro di Elena Commessatti, si sente l’influsso dello scrittore di Codroipo con le sue filandine, che aveva in famiglia, e che erano maestre di canto.
Ecco, questo mondo rurale e cattolico, capace di entrare anche nelle corde degli scrittori ‘illuministi’, ne Il tempo delle viole non c’è. E non se ne sente proprio la mancanza. Intendo dire che questo romanzo deve essere valutato anche per le sue omissioni, anche esse rappresentano, più che un deficit, un valore aggiunto.
Se Elio Bartolini e Amedeo Giacomini hanno descritto la zona delle risorgive e Alan Brusini, Bruna Sibille-Sizia e Chino Ermacora le colline tarcentine e tricesimane, mancava una narratrice della pianura che sta in mezzo a quelle due zone: la linea Carpacco-Udine, tra il Tagliamento e il Cormôr. Con Elena Commessatti si può dire che il Friuli l’ha trovata.