Schiave balcaniche e mogli friulane nelle opere di Franco Sacchetti (1330-1400).
Veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l’altre schiave[1].
In massima sintesi: Franco Sacchetti, poeta fiorentino ultimo dei trecentisti, in una lettera ad un conoscente si lamenta della fuga di una schiava tartaresca cui teneva molto. Poi, in una sua meditazione sul Vangelo, paragona gli schiavi ad animali, sostenendo che sia inutile perfino battezzarli così com’è per i buoi.
Queste sue considerazioni, per noi sorprendenti, sono la prova di una pratica, la cosiddetta tratta delle bianche, provenienti soprattutto dall’Europa balcanica che, nonostante sia stata molto diffusa nel medioevo, è ancora troppo poco nota al di fuori del ristretto circuito degli specialisti.
In secondo luogo, nel Trecentonovelle, sua opera maggiore, due novelle sono dedicate al carattere deciso e focoso di una friulana, sposa di un mercante fiorentino che, dopo aver commerciato in Friuli, se n’era ritornato a Firenze.
Sacchetti qualcosa del Friuli doveva saperne di sicuro visto che vi si riferisce in ben sei novelle, tra le quali una ambientata integralmente a Spilimbergo (XCII).
Il libro delle imbreviature del notaio Supertino di Tommaso[1], attivo a Spilimbergo approssimativamente proprio negli anni nei quali sono ambientate le novelle friulane di Sacchetti, cioè a metà del secolo XIV, riporta molti contratti commerciali stipulati tra i membri della comunità di mercanti toscani e i cittadini di Spilimbergo e dintorni.
Allora, una delle famiglie toscane più influenti, anche a livello politico, in quell’area del Patriarcato era di certo quella dei Brunelleschi. Il protagonista della novella ambientata a Spilimbergo è proprio un componente di quella famiglia un tale Salvestro che, dice Sacchetti, aveva sposato una piacevolissima donna friolana, e un certo Silvestro toscano appare più volte nelle carte del notaio, associato a un altro suo conterraneo un tale Bernardo detto Croci o Crocio, che ricorda molto da vicino quel Bernardo di Nerino detto Croce protagonista di un’altra delle novelle friulane di Sacchetti, la XXXVII riguardante usurai che avevano prestato in Frioli.
Certo, non è possibile, allo stato, creare una diretta correlazione tra i personaggi reali e quelli letterari, ma già da quelle che potrebbero essere semplici coincidenze, non è difficile intuire la verosimiglianza del racconto di Sacchetti.
Non si fa alcun male ad immaginare, che quel Silvestro toscano dei Brunelleschi degli atti del notaio spilimberghese sia lo stesso Salvestro con la sua piacevolissima donna friolana di cui Sacchetti parla in ben tre novelle nelle quali i riferimenti alle attività friulane del protagonista difficilmente potrebbero essere più esplicite.
Particolari ed elementi biografico letterari che forse sembrano scollegati e irrilevanti, sofisticherie da lasciare ai trattatisti come diceva Gadda. E, invece, a ben guardare, questi episodi, cosiddetti minori, della vita e della creatività del poeta fiorentino sono in grado di dirci moltissimo sui tempi in cui visse, sui costumi dell’epoca e di conseguenza sulla sua poetica.
Accostare semplicemente aspetti all’apparenza così radicalmente diversi come la vita privata e l’ispirazione poetica può sembrare un azzardo. In realtà, almeno nel caso di Sacchetti, abbiamo la straordinaria occasione di mettere in luce, attraverso le sue lettere e le sue novelle, quelle che a noi moderni appaiono come contraddizioni e paradossi della psicologia di un uomo del basso medioevo che, senza alcun imbarazzo, poteva coniugare morale familiare e schiavitù, ammirazione per l’universo femminile e sua degradazione nella fiera della carne.
Per cercare di comprenderne le profonde implicazioni storiche, sociali e religiose bisognerà prenderla molto alla larga e prima di arrivare in fondo alla questione, ammesso che sia possibile, bisognerà affrontare un percorso sinusoidale che prevede larghi giri, avanzando di poco rivolgendosi sempre indietro, proprio come fa il mostro alato della frode Gerione, che, nuotando nell’aere scuro, con in groppa Dante e Virgilio, scende sul fondo dell’ottavo cerchio dell’inferno.
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