di Flaviano Bosco
Il Far East Film Festival di Udine è uno dei frutti più succulenti e meravigliosi della cultura friulana degli ultimi decenni. Dalla passione di un gruppo di giovani udinesi per il cinema e l’arte dell’Estremo oriente è scaturita un’idea che, a distanza di tre decadi, continua a fruttificare in modo inesauribile costruendo ponti e stabilendo intese tra il nostro territorio e il lontano Oriente che ormai è diventato davvero vicino e familiare.
Le decine di migliaia di partecipanti al Festival, con la loro passione, il loro entusiasmo e i loro colori trasformano per due settimane il capoluogo friulano in un paradiso per cinefili e vari amanti dell’Oriente; centinaia di eventi collaterali tra cibo, musica, arti marziali, giochi riempiono la città di bizzarre piacevolissime figure, dimostrando l’autentica vitalità di una città che molti vorrebbero sedata e musealizzata e che, invece, sa generare autonomamente fenomeni culturali di larghissimo orizzonte internazionale in grado di superare confini e barriere campanilistiche e provinciali.
La cultura friulana per come si è strutturata nei secoli è di per se fondamentalmente stratificata, sincretica, mutevole e aperta alle contaminazioni più imprevedibili. Per sua natura è una cultura migrante che mal sopporta pastoie e finimenti di chi la vorrebbe confinare in un’arcadia perduta e ossificata.
La nostra cultura non è più solo quella dei nostri nonni, il Friuli è cambiato anche dal punto di vista antropologico e rientrano ormai nelle sue prerogative anche le tradizioni e i costumi dei “nuovi friulani” che vengono dalle altre “Piccole Patrie” del mondo.
Gli afrodiscendenti, gli asiatici, i balkanici, le persone del profondo oriente europeo e tanti altri fratelli che hanno scelto il nostro paese per stabilirsi e costruire il loro futuro, a volte anche da decenni, restituendo il sorriso ai nostri borghi e quartieri spopolati con la gioia dei loro figli, devono essere considerati ormai parte integrante della cultura friulana a tutti gli effetti.
Assistere alle proiezioni del FEFF sul grande schermo del teatro Nuovo Giovanni da Udine, insieme ai tantissimi appassionati, ci mette di fronte al radicale mutamento che ci riguarda, nel quale anche il Frico, il Tofu, la Brovade, il Kimchi, la Polenta e il Cous Cous possono essere gustati nello stesso momento sul medesimo tavolo dell’uguaglianza e della fraternità.
Il FEFF che per alcuni anni è stato visto da alcuni come un corpo estraneo alla città di Udine ha saputo guadagnarsi una grande credibilità. La caparbietà, la costanza, la qualità delle proposte da parte del Centro Espressioni Cinematografiche (CEC) che lo organizza e la forza dei numeri hanno fatto negli anni capitolare qualunque diffidenza e oggi la manifestazione ha il plauso incondizionato dei cittadini, del pubblico, delle istituzioni e anche dei negozianti che ormai hanno capito che il Festival genera un notevole volume d’affari oltre che ad essere per la città uno straordinario volano turistico e culturale.
Al di là di tutte queste considerazioni il FEFF è soprattutto una grande festa per gli appassionati con moltissime straordinarie occasioni per godere e condividere insieme tanti film interessanti e unici. Non lasciano indifferenti nemmeno i red carpet di grandi registi e interpreti del cinema orientale e mondiale.
Nell’edizione in corso, infatti, Wim Wenders ha accompagnato l’attore superstar Yakusho Koji del suo fortunatissimo e forse un tantino sopravvalutato “Perfect Days”; tra il pubblico dei fans qualcuno si è fatto autografare la locandina originale di “Tokyo Ga” il vero capolavoro di Wenders che più di quattro decadi fa fece conoscere ad una generazione di europei le delizie del cinema orientale.
La rassegna, come abbiamo già detto, non è solo film da godere in sala ma è anche l’occasione per scovare tra bancarelle e stand oggetti da collezione, accessori, manga e interessanti pubblicazioni.
Quest’anno tra quest’ultime spiccava: “Dante Shinkyoku, la Divina Commedia di Gō Nagai di Cristiano Brignola, (Soc. Ed. La Torre, CE, 2022)” un saggio con pochi paragoni che oltre ad approfondire la diffusione delle opere di Dante Alighieri in Giappone, analizza dettagliatamente il manga dedicato al Sommo poeta da uno dei più grandi artisti del fumetto giapponese, un’assoluta delizia anche per i dantisti più ortodossi.

Riportiamo una dichiarazione d’intenti presente nell’introduzione al volume a pagina 26:
“Come cercheremo di dimostrare, è la passione per un’idea, per un’immagine, ad aver acceso la miccia di molte opere di Gō Nagai. La sua Divina Commedia non fa eccezione: è un omaggio entusiasta, scritto con lo stesso stato d’animo di quello degli altri suoi capolavori.
Un altro motivo di fascino della Divina Commedia di Gō Nagai sta anche nella distanza culturale. Soprattutto nella curiosità che suscita il vedere un fondamento – forse ormai dato per scontato – della nostra letteratura, ridisegnato da una mentalità tanto differente come quella nipponica.
Ci piace pensare che parlare di una Divina Commedia giapponese sia un modo come tanti di affrontare il tema dell’incontro con l’altro, di rendersi conto di similitudini e differenze tra popoli e culture, sfruttando un campo in cui ci si possa incontrare, per una volta pacificamente”.