Ha nome Margherita ed è pochi mesi la comperai… (2/4)

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Schiave balcaniche e mogli friulane nelle opere di Franco Sacchetti (1330-1400).

Di Flaviano Bosco

Per tutta la Patristica e per la Scolastica fino a Tommaso d’Aquino ossia per lunghi secoli, la schiavitù in senso stretto fu considerata, generalmente, da condannare a parole come contraria allo spirito cristiano che vede tutti gli uomini uguali e fratelli in Cristo ma, nei fatti, tollerata e praticata.

Le sottigliezze teologiche, infatti, non impedirono che lo sfruttamento della schiavitù si trasmettesse, con modalità sostanzialmente immutate, dal mondo tardo antico a quello medievale con l’unica vera trasformazione a livello lessicale. Nel medioevo progressivamente si abbandonò il termine schiavitù preferendogli quello più accettabile e omnicomprensivo di servitù.

Il clero, sia ben chiaro, a tutti i livelli faceva tranquillamente largo uso di schiavi. Un esempio tra i tanti possibili, per quanto riguarda il medioevo friulano, ce lo fornisce un breve articolo di Antonio Battistella del 1909[1], un po’ datato certo, ma ancora non obsoleto.

 In esso si documenta un processo tenuto a Faglinis di Sesto al Reghena il 2 novembre 1242 nel quale si dibatteva la controversa proprietà del servo di masnada Rainardo Longo di Mure. I due contendenti erano: Stefano l’abate di Sesto e Ottone di Lorenzaga.

Quest’ultimo, bonariamente, dovette ammettere, in seguito al dibattimento, che il servo di cui si era appropriato, in realtà, apparteneva all’abate e glielo restituì proprio come oggi si farebbe con un cane scappato nel giardino del vicino o con un oggetto trovato per strada.

 Lo prova il fatto che nel processo non si chiede minimamente l’opinione del servo Rainardo, che evidentemente non contava nulla, ma si chiede la testimonianza di buoni cittadini di Sesto sulla base della quale si decide la proprietà del povero Rainardo trattato né più né meno, che come un animale da cortile o un altro qualsiasi capo di bestiame.

 Un piccolo episodio certo, ma che ci fa ben capire come fosse normalissimo che un prelato si battesse in giudizio per aggiudicarsi la proprietà di un altro essere umano.

Non deve stupire perciò se, ancora nel 1488, Papa Innocenzo VIII, padre di sedici figli, accettò un centinaio di schiavi mori donatigli dal re Ferdinando d’Aragona, distribuendoli a sua volta con prodigalità tra i suoi cardinali.

In realtà c’è ben di peggio: il documento Instructio 1293 (Collectanea, Vol. 1, pp. 715-720) di papa Pio IX, scritto nel 1866 dice testualmente:

La servitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Possono esserci molti giusti diritti alla servitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi hanno fatto riferimento…Non è contrario alla legge naturale e divina che un servo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato. Il venditore dovrebbe chiaramente esaminare se il servo messo in vendita sia stato giustamente o ingiustamente privato della sua libertà e che il compratore non possa fare nulla che potrebbe danneggiare la vita, la virtù o la fede cattolica del servo.

Anche se non è troppo elegante, dal punto di vista storico, accostare due personalità così abissalmente lontane nella storia e nel tempo come Innocenzo VIII e Pio IX, che meriterebbero ben altri approfondimenti, non si può negare che, almeno dal punto di vista della pratica della schiavitù un inquietante legame esista.

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