Recensione: “Io e Annie” di Woody Allen
di Maria Rita Eramo
“Non vorrei mai appartenere ad un club
che accettasse tra i suoi membri uno come me ” W.Allen
Io e Annie (1977) rappresenta l’archetipo di tutte le commedie di Allen, esprimendone l’essenza della sua cinematografia, tra nevrosi, fobie ed anedonia.
Il protagonista Alvy Singer con le sue autoanalisi e le sue insicurezze, mette in scena l’eterna incapacità di capirsi tra uomo e donna e le difficoltà nei rapporti sentimentali.
Più di tanti trattati su queste tematiche riesce attraverso le immagini e soprattutto un uso straordinario del linguaggio a farci entrare nel vivo della nevrosi.
Le sue parole arrivano come proiettili che sanno oltrepassare anche le difese più rigide. La sua estenuante e geniale logorrea rende perfettamente l’idea di una corazza verbale come mezzo di seduzione e al tempo stesso di protezione nel tentativo vano di smorzare la presunta pericolosità dell’altro.
Anche la regia si mostra perfettamente al servizio di questa narrazione, quando interrompe i suoi monologhi per parlare direttamente alla telecamera, artificio bifronte che lo vede sia protagonista che spettatore della sua trama.
Ingrediente fondamentale del film è la classica ironia ebraica di Allen, attraverso cui riesce a rendere inaspettatamente leggera la pesantezza tipica ed ingombrante della nevrosi. È proprio questo tipo di umorismo che ci permette di rendere vivibile l’incertezza e di smorzare l’angoscia delle numerose domande esistenziali presenti, riuscendo a sgonfiare un po’ quegli estenuanti labirinti linguistici nevrotici.
A rendere ancora più iconica questa pellicola è la straordinaria interpretazione di Diane Keaton (più che meritato Oscar come attrice protagonista) musa di Allen, che ci intenerisce con le sue insicurezze e fragilità, ma che riuscirà meglio d Alvy ad evolversi, grazie ad una capacità di cogliere a pieno l’efficacia della psicoanalisi e a sviluppare una maggiore autodeterminazione.
Il protagonista, invece, sembra arrancare nel provare a trarre giovamento dal suo percorso e nel rapporto con il suo desiderio. Alvy ha un bisogno prepotente di creare una mancanza, come garanzia di vitalità, ma che non riesce mai a trovare una vera propria realizzazione perdendosi nei labirinti mentali e nella logorrea verbale. In lui il desiderio flirta con un interdetto che lo esaspera e al tempo stesso lo corrode.
Lo si può osservare squisitamente nell’uso del corpo, che non riesce mai a raggiungere pienamente una intimità appagante, un desiderio che viene spesso “ucciso”, non mancano, infatti le citazioni sui libri che parlano di morte.