Euphoria: una serie eccessiva per tempi eccessivi

Euphoria

di Gino Gianmarco Stefanel

«Il problema è che la gente non riesce più a distinguere il bene dal male»

Euphoria ha sempre saputo far parlare di sé. Le prime due stagioni (2019, 2022), con i drammi adolescenziali esasperati, il trucco glitterato, le ambientazioni notturne e le musiche ipnotiche, sono state un fenomeno di costume. Il casting è stato qualcosa di eccezionale: Jacob Elordi, Sydney Sweeney e Zendaya negli anni successivi sono diventati così famosi da mettere a serio rischio la possibilità di girare la terza stagione. A questo vanno aggiunte le morti di Angus Cloud – attorno a cui l’ideatore della serie Sam Levinson aveva abbozzato una prima sceneggiatura – ed Eric Dane.

Tra la seconda e la terza stagione, sono passati quattro anni nel mondo reale e, a differenza di come spesso accade in prodotti seriali con protagonisti adolescenti, lo stacco temporale è ben evidente anche nelle vite dei personaggi e nei temi trattati. Dalla scuola e le feste si passa agli strip club, alla malavita e al sogno di Hollywood. Restano le situazioni grottesche – che non sfociano mai, o quasi, nell’imbarazzante –, si perdono invece, per lo meno in parte, le introspezioni dei personaggi, come accade alle persone reali quando passano dall’adolescenza alla giovane età adulta.

Il prodotto più affine apparso sul grande schermo è Anora, dibattuto miglior film agli Oscar del 2025. Anora parte come una commedia leggera alla Pretty Woman – con più nudo –, prosegue come commedia nera e termina in un dramma struggente. È negli ultimi fotogrammi che si ritrova il senso della storia e la sua grandezza. Un finale che potrebbe essere riassunto con l’ultimo verso di 7 miliardi di Massimo Pericolo: “voglio soltanto una vita decente”. La canzone alla sua uscita ha scatenato indignazione motivata: il rapper brucia la propria tessera elettorale e per due minuti e mezzo non fa altro che ripetere che degli altri non gli importa nulla e vuole solo avere tanti soldi. È quello di cui parlano molte delle canzoni che finiscono prime in classifica. Poi però quell’urlo disperato finale.

La stessa logica è riscontrabile nei personaggi di Euphoria: la ricerca della felicità passa attraverso i soldi, il successo e l’eccesso. E dunque, l’agognata vita decente, non arriva. Non può arrivare. I protagonisti sono tutti disperati, vinti, succubi del loro ambiente.

Rue (Zendaya) si trova intrappolata tra clan della malavita e la DEA e cerca salvezza attraverso la fede, pensando di essere una Mosè dei giorni nostri. Nate (Jacob Elordi) è a corto di soldi e Cassie (Sydney Sweeney) usa questa scusa per vendere il proprio corpo in modo scomposto su una nota piattaforma di contenuti per adulti. Maddy (Alexa Demie) è ambiziosa, ma vive in un loculo e vede in Cassie prima e nel pappone Alamo (Adewale Akinnuoye-Agbaje) poi la possibilità di riscatto. Lexi (Madue Apatow) è intrappolata nel suo essere una brava ragazza, così da perdere totalmente l’empatia nei confronti degli altri.

Il primo episodio si apre con la macchina di Rue in bilico nel confine tra il Messico e gli Stati Uniti, tra la dannazione e la salvezza. Molta la simbologia utilizzata da Sam Levinson per dare una chiave di lettura alle situazioni, a partire dai serpenti che possono essere sinonimo di dannazione – in una delle morti più inquietanti che si siano mai viste sul piccolo schermo – o redenzione. I passaggi della Bibbia citati e i dialoghi metaforici alla Tarantino hanno sempre uno scopo. La cura dei dettagli rende questa stagione un prodotto di qualità tecnica indiscutibile. Nonostante ciò, ha ricevuto molte critiche. Le principali riguardano il cambio di ambientazione, la violenza ma, soprattutto, il molto nudo, con accuse a Levinson di misoginia, in particolare per il personaggio di Cassie. Nelle stagioni precedenti già Kat (Barbie Ferreira) vendeva il suo corpo online, ma lo faceva da una posizione dominante. Qui invece Cassie appare disperata.

Sydney Sweeney negli ultimi tempi ha spesso fatto parlare di sé per le sue dichiarazioni, ma come il suo personaggio anche se si mostra seminuda “sa recitare Shakespeare”. Se Zendaya nel ruolo di Rue appare mono espressiva, e Jacob Elordi con poco tempo da dedicare alla produzione finisce per rendere l’odioso Nate una macchietta piagnucolosa, Sydney Sweeney dà sfoggio come non mai delle sue buone capacità attoriali. E la scena in cui si trasforma in una 50 foot woman è indubbiamente iconica.

Magistrale l’interpretazione di Alexa Demie, al momento ingiustamente meno nota degli altri; centrati nei loro ruoli anche Akinnuoye-Agbaje (Alamo) e Colman Domingo (Ali), il male e il bene.

La solidità di questa ultima stagione si scontra con un problema di target audience: nata come un teen drama – a modo suo – Euphoria è diventata un dramma gangster, perdendo parte del pubblico affezionato alla prima classificazione, senza riuscire a vincere lo scetticismo degli amanti de il Padrino e derivati. Le pretese autoriali sono evidenti, Levinson attinge a piene mani dalle serie tv che hanno definito l’epoca d’oro della serialità televisiva (I Soprano, Breaking Bad) e i malavitosi in tv guardano solamente classici in bianco e nero. Questo porta a inevitabili confronti difficili da sostenere.

Euphoria è imperfetta, ma osa.

Spudorata, esagerata, a tratti volgare, lo è sempre stata. È proprio l’eccesso a fare anche di questa stagione uno specchio del presente. Una stagione che non fa sconti a nessuno. E se in passato poteva essere accusata di estetizzare la droga – pur mostrandone le conseguenze senza filtri – qui l’euforia è svanita e la distinzione tra bene e male è netta.

Il finale, molto americano, è stracolmo di dolcezza. Si vede il lato umano di tutti, anche del disumano Alamo, ma a tal proposito riflette Ali a un incontro di alcolisti: «se empatizzi con un drogato puoi farlo anche con uno spacciatore, quindi dopotutto l’empatia non è così utile». Non ci sono sconti, i dannati saranno dannati. In una recente intervista Levinson lo ha ribadito: «la conclusione più onesta è che le persone così non ce la fanno». Gli altri, in qualche modo, vanno avanti. «Questo, credo, è quello che dice la Bibbia», dice Lexi a sua sorella Cassie.

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