a cura della Redazione (da La Panarie 228)
Lo scorso mese di marzo è mancato l’architetto Giovanni Pietro Nimis. Figura di primo piano nella ricostruzione post-terremoto in Friuli, è stato un autore prolifico e vivace collaboratore di questa rivista, dove ha tenuto per oltre quindici anni la rubrica in friulano Intercetazions al cafè. La Nuova Base ha pubblicato cinque suoi romanzi: Il disegno nella parete (1994), Il giorno delle mongolfiere (1997), Il monte Saturno (1999), Comunicato clandestino (2000) e Racconto friulano (2008).
Cerchiamo qui di restituirne entrambe le anime: attraverso il ricordo professionale e umano di Diego Carpenedo e mediante le considerazioni critiche di Mario Turello sul romanzo Il tallero di Günzburg, scritte in occasione del trentennale del terremoto del Friuli. Un testo che riproponiamo oggi, nel cinquantesimo anniversario di quell’evento, nella consapevolezza che Giovanni Pietro Nimis continua a esserne parte – pur in altra forma.




Giovanni Pietro Nimis un architetto di penna e matita
di Diego Carpenedo (da La Panarie 228)
Come dice il mio amico Franco Pischiutti, «ci sono architetti di penna e architetti di matita» per distinguere coloro che esibiscono la loro capacità progettuale ricorrendo ad eleganti ragionamenti e dissertazioni da quelli che lo fanno attraverso i disegni. Prendendo per buona questa spartana suddivisione bisogna ammettere che, in essa, Giovanni Pietro Nimis non può essere letto e compreso. Infatti, durante tutta la sua vita professionale, ha mostrato di essere un architetto di penna e matita allo stesso tempo. Per giustificare il titolo, suggerisco di prendere in considerazione tre indizi, che, come tutti sanno, costituiscono una prova.
Il primo indizio è rintracciabile nella sua sofferta decisione giovanile di iscriversi, all’Università di Trieste, al corso di laurea in Filosofia. Decisione rivista alla fine del primo anno con il suo clamoroso trasferimento allo IUAV di Venezia, dove gli aspiranti architetti suoi compagni di corso lo chiamavano con il soprannome di “filosofo”.
Il secondo indizio è costituito dalla sua istintiva capacità di intervenire nei dibattiti culturali con battute fulminanti. All’indomani del terremoto del 1976, quando qualcuno avanzò l’idea di utilizzare la disgrazia per modernizzare il nostro assetto territoriale, per costruire la “Grande Udine” invece di ricostruire i paesi terremotati, specie i più piccoli e sperduti, Nimis se ne uscì con una stoccata di gran classe ricordando a tutti che “non esiste abbastanza Friuli per costruire una grande città”. L’ultimo indizio è costituito dalla sua elegante prosa e dalle storie affascinanti di cui si occupa Mario Turello nella pagina accanto. Per la verità, questo più che un indizio è una prova regina, una specie di pistola fumante, che dimostra l’abilità di Giovanni Pietro Nimis con la penna. Quella poi con la matita è fuori discussione, sostenuta com’è dalla sua grande attività professionale come urbanista e come architetto.
Gira la voce che sia andato avanti, come dicono gli Alpini, a causa di un comportamento imprudente. Per piacere, non facciamo pettegolezzi. In tarda età succede a tutti di voler strafare. E’ la voglia di vivere che spinge a salire sulle scale pericolose. Caro Gianpietro (so che non ti piaceva essere chiamato così, ma suona meglio) ti auguro di fare un buon viaggio.
Il tallero di Günzburg un romanzo sulla ricostruzione
di Mario Turello (da La Panarie 228, pubblicato originariamente sul Messaggero Veneto)
Nel 1996 feci per il Messaggero Veneto una serie di interviste a scrittori, studiosi e intellettuali friulani, invitandoli a commentare il fatto piuttosto sorprendente che a vent’anni dal terremoto del Friuli un evento di tali dimensioni tragiche, epiche, non avesse trovato espressione letteraria di rilievo. Un evento di così grande impatto emotivo, culturale e storico, un’esperienza collettiva di tanta portata, suscettibile di riflessione quanto di affabulazione, germe potenziale di canto epico, di saga, di romanzo corale, non aveva trovato un bardo, un mitografo, un ermeneuta che ne facesse oggetto di rappresentazione o trasfigurazione artistica di ampio respiro e alta qualità. Non erano mancate, nella vasta produzione poetica, narrativa e cronachistica di circostanza, perle memorabili di pietà, di compianto, di orgoglio, di preghiera; ma si trattava di rare eccezioni di genere minore, o comunque insufficienti a incidere nell’immaginario e/o nella coscienza critica collettiva. E lo stesso valeva anche per le altre forme artistiche, pittura, musica, cinema…
Un’occasione mancata, un dovere disatteso; questo era il giudizio, variamente modulato e motivato, ma pressoché unanime, degli intervistati. Tra essi, Gianfranco Ellero osservò che quella friulana era stata un’«epica fattuale», che aveva dato il meglio nella meditazione urbanistica (e portava ad ottimo esempio il restauro di Gemona, Venzone e Moggio) e in quella sociologica piuttosto che nel campo creativo. E nel segnalare alcune opere pregevoli in campo architettonico, dichiarava esemplare il teatro di Gemona, opera di Giovanni Pietro Nimis. Che manchi il grande romanzo – disse – è in fondo positivo: il friulano è popolo pratico che pensa alle cose.
Siamo al trentennale, e nulla o quasi è cambiato. Se non che proprio il protagonista di quella straordinaria operazione architettonica, urbanistica e sociale che fu la ricostruzione del Friuli terremotato, Giovanni Pietro Nimis, che negli ultimi dodici anni si è rivelato anche scrittore originale, raffinato, di impegnata leggerezza, ha scritto un romanzo dedicato al Gemona, la «città [a lui] tanto cara» – e che tanto gli deve: ora anche questo bellissimo Tallero di Günzburg (Mobykick, 157 pagine, 12,00 euro). Un romanzo, come gli altri suoi, piuttosto breve, ma più che mai denso di idee, di invenzioni, di simboli, di umori, di pensiero e di emozioni. Il tallero di Günzburg non ha come oggetto il terremoto nelle sue dimensioni tragiche, ma la celebratissima ricostruzione che fu «la migliore possibile». Va detto subito che questa è solo una componente dell’opera, che ha un piacevole sviluppo fantastico senza le pesantezze del romanzo a tesi, anche se indubbiamente vi hanno una parte consistente le riflessioni che Nimis ha già sviluppato, dapprima in fase di progettazione, poi nello svilupparsi di quello che egli ha definito processo, infine alla luce del risultato finale, della ricostruzione. Da questo punto di vista la lettura del romanzo, che in quanto tale ha una sua autonoma completezza, e una propria fisionomia argomentativa, si gioverebbe di quanto Nimis ha esposto nel saggio su La ricostruzione possibile edito da Marsilio nel 1988. Un testo che può considerarsi fondativo di una nuova disciplina, l’architettura della ricostruzione, che sostituisce le tradizionali parentele artistiche dell’architettura – la pittura, la scultura – con l’agricoltura e con l’archeologia: una sintesi epistemologica inedita resa necessaria dalla molteplicità di istanze culturali, sociali, storiche, congiunturali, normative, economiche, tradizionali, egoistiche, fantastiche cui il modello ricostruttivo deve soddisfare mediando, rinunciando all’utopia, e addirittura all’invenzione, in nome appunto del processo.
Il tallero di Günzburg si divide in due parti, di dodici capitoli ciascuno. La prima ha inizio nel 1986, quando il protagonista, Nievo, un gemonese di nascita che da anni vive a Milano, fa ritorno a Gemona in occasione della celebrazione della messa del tallero nel duomo ricostruito: circostanza che sarà oggetto di un suo servizio per il quotidiano presso il quale lavora. In realtà, il romanzo inizia in flash back: Nievo ricorda un’altra messa del tallero, di molti anni prima, quand’era ancora bambino, durante la quale avvenne un curioso incidente. Al momento della consegna del tallero al parroco da parte del sindaco, la moneta – quasi obbedendo al desiderio fortissimo del bambino – cade, rotola, finisce in fondo al duomo ai piedi di Nievo, che prontamente se ne appropria. Sapremo più tardi cosa poi ne sia stato. Sull’altare, la consegna del tallero viene ugualmente mimata dal sindaco e, con qualche riluttanza e fastidio, dal parroco: e questa simulazione, intesa a ingannare la percezione degli astanti, introduce uno dei motivi che in diverse modulazioni percorrono il romanzo: quello della virtualità, della illusione, dell’inganno, che può avere valenze anche positive (scrive Nimis nel saggio ricordato che «spettava alla progettazione di essere anche una terapia sociale e ansiolitica, rassicurante, ingannatrice – perfino – delle difficoltà apparentemente insormontabili, degli ostacoli, delle incertezze). Ma è significativo che assistiamo a un letterale svuotamento di una tradizione, dopo averne sentito lamentare – dal parroco – la distorsione modernizzante.
Gli incontri di Nievo con la sorella, i nipoti, i vecchi amici amici gemonesi, e altri momenti di anamnesi dilatano il racconto ad eventi precedenti per concludersi con l’epifania 1986, festa tragica, misteriosa, segnata da un suicidio, che qualcuno sospetta essere un omicidio, dalla scomparsa di colui che ne è sospettato, e persino del parroco. Misteri che vengono sciolti, di nuovo retrospettivamente, all’inizio della seconda parte, che si svolge nel 2006, quando Nievo ritorna a Gemona per le celebrazioni del trentennale del terremoto. Intanto, in quella prima parte, come poi nella seconda, veniamo a conoscenza di alcuni personaggi emblematici: la sorella di Nievo, che abita nella casa ricostruita, o meglio nell’interrato, entrandovi dal garage: nell’ipogeo infatti ha rifatto la cucina tradizionale, dove di fatto vive, preferendola a quella moderna, che sta al piano di sopra. Più su però è la camera col mobilio dei genitori: una stratificazione che non ha bisogno di commenti. Vive, la sorella di Nievo, coi suoi figli, ragazzi che del terremoto rifiutano la memoria; vent’anni dopo, se ne saranno andati anche loro, seguendo l’esempio dello zio. Per chi, allora, la città ricostruita? Altra faccia del sisma è incarnata nella coppia Antonio-Vito: ingegnere l’uno, finalmente assolto, nel 1986, dalle responsabilità del crollo di un edificio; assatanato, l’altro, perché suo era quell’edificio, e ossessivo, implacabile accusatore di Antonio, sul quale si abbatte anche una sorta di nemesi geologica. E ancora, il priore, arrivato da Roma, destinato a Gemona quasi in confino, a scontare la sua ammissione dei divorziati all’eucarestia. Un esilio che vive quasi come un riconoscimento: così vicina, Gemona, all’Aquileia scismatica dei Tre Capitoli. E sotto al duomo, nelle cripte e in ipotetici penetrali egli scende alla cerca, di notte, al lume di una lanterna, dei resti di più antiche Gemone, fino a perdersi. Bizzarria e scandalo, catabasi e processioni che inusitatamente si estendono sino alla piana, varcando i confini inveterati tra ingiuesi e insuesi… Ma soprattutto è presente, nella prima e ancor più nella seconda parte, Parigi, l’amico d’infanzia e di sempre di Nievo, il cineasta che tutto vede attraverso la macchina da presa, unico principio di realtà e criterio di verità, e tutto riprende e documenta in attesa di ricavarne un film: sogno che realizzerà in occasione appunto del trentennale.
Nella seconda parte del romanzo, sciolti gli enigmi di quell’epifania del 1986, Nievo si trova coinvolto in altre esperienze dal forte valore simbolico-critico: e voglio ricordare almeno la sua visita al club dei reduci, che è occasione per Nievo/Nimis di prese di distanza antiretoriche, ma anche di riflessioni sui meccanismi di rimozione della memoria dei terremoti rispetto ad altre catastrofi e sull’esportabilità delle esperienze (analogo discorsi vale per le scelte ricostruttive). Soprattutto assistiamo, nella seconda parte, al film finalmente compiuto di Parigi: che racconta la storia di Nievo, e dunque contiene il romanzo che stiamo leggendo, in cui il film è contenuto, in un gioco di specchi, in una mise en abîme che sarebbe solo una trovata – efficace ma non nuovissima – se non trovasse sviluppo nell’intero romanzo, sia a livello strutturale (i capitoli come sequenze), sia a livello formale (il film di parole di Parigi è l’equivalente della narrazione di Nievo – che tutto registra e immagina in funzione degli articoli da scrivere – e di Nimis stesso, bravissimo nella resa visiva del racconto), sia a livello allegorico, perché costituisce il correlativo di quello che forse è il motivo fondamentale del romanzo: il rapporto tra realtà e rappresentazione, tra autenticità e mito, tra memoria e trasfigurazione, che è poi la dialettica che si è dovuta ricomporre nella ricostruzione, soprattutto nel recupero di fantasmi ancor più che di luoghi e paesaggi reali, di proiezioni appunto. Ma nell’ultimo capitolo film e realtà confluiscono e divaricano: la vince la concretezza.
Nimis alla fine demitizza, come già dovette fare da progettista della ricostruzione, e demitizza pure la lettura a posteriori degli effetti sociali del terremoto. Evento che fu catalizzatore ed acceleratore di tendenze e di mutamenti già in atto, e di pregi e soprattutto di difetti di antica data: ed è argomento probante il fatto che anche le città non toccate dal terremoto seguirono, in tempi un po’ più dilatati, le stesse tendenze evolutive che non fu possibile contrastare e invertire neppure in quella congiuntura che poteva esserne occasione opportuna.
Qui Nimis “conservatore di paesaggi” tocca la corda più amara. Ma non mancano i momenti di humour nel suo romanzo: il giudizio sulle debolezze degli uomini è benevolo, e spesso sorridente. E’ l’aspetto di una sensibilità, di una delicatezza umana che trova anche e non pochi momenti di alta commozione: ricordo almeno la pagina dedicata al ricordo della madre di Nievo, alla serenità che le proveniva dalla fede, al desiderio di essere accolto da lei nel momento della morte. Sono tante le pagine di grande bellezza, le immagini di raccordo, come quelle sempre suggestive del forte di Osoppo, o le molte metafore marine, con Gemona che naviga nella brezza della sera. E molti i nessi analogici, allusivi, mutuamente simbolici: il crocifisso sismografo, il garage della sorella di Nievo come la cripta del duomo… Ma c’è un’altra invenzione a cui non ho ancora fatto cenno, e sulla quale mi soffermo prima di concludere. Ad ogni suo incontro, a ciascuna delle persone, o persino dei gruppi, Nievo vorrebbe chiedere – ma mai lo fa – di Rosa, suo perduto amore. Solo alla fine sappiamo delle circostanze del loro innamoramento, e della loro separazione. Sarei tentato di approfondire. Mi limito a identificare Rosa con Gemona, nel segno del rimorso di Nievo per avere lasciato l’una e l’altra. Eppure anche qui Nimis evita la retorica, introducendo un elemento di comicità nell’abbandono di Rosa e dichiarando la volontà di sottrarsi alle troppo consolatorie e torpide insidie dell’appartenenza: Nievo si dissocia decisamente da Marco Gregori, il protagonista della Casa a nord-est di Maldini, dalla sua provincia utopia della morte. (Una terza variazione sulla morte è la bellissima fantasia dell’amica di Rosa). Ma Rosa, e Gemona, rimangono oggetti d’amore, e l’ultimo sentimento, il più doloroso, è il rimpianto per ciò che, irrimediabilmente perduto, non può più essere.
[foto di Elia Falaschi]