di Michele Vello
Mai come quest’anno l’opera di Gustav Klimt (1862-1918) sembra essere al centro dell’attenzione del mondo dell’arte, sia quello curatoriale sia quello del mercato. Attraverso l’ottocentesca tecnica di stampa fotomeccanica in piano della collotipia,[1] le opere dell’artista austriaco hanno deliziato gli occhi dei visitatori del nord Italia: dal Palazzo delle Contesse di Mel nel bellunese (L’oro e l’anima. Grafiche di Gustav Klimt, 25 ottobre 2025 – 6 gennaio 2026), al Palazzo Muratori-Cravetta di Savigliano nel cuneese (Gustav Klimt. Segno e visione, 14 febbraio – 3 maggio 2026), fino al Palazzo dei Capitani a Malcesine nel veronese (Gustav Klimt. Oro e colore, 23 maggio – 6 settembre 2026).

Nel mercato dell’arte ha fatto notizia, a fine 2025, la vendita da Sotheby’s del Ritratto di Elisabeth Lederer[2] per 236 milioni di dollari, diventata così l’opera moderna più cara esitata in un’asta.[3] Risultati che potrebbero replicarsi nuovamente, dal momento in cui il miliardario e proprietario della squadra di calcio inglese del Tottenham Joe Lewis[4] ha deciso di mettere all’incanto la sua collezione d’arte a fine giugno 2026, in cui tra i tanti capolavori spicca l’altro klimtiano Ritratto di Gertrud Loew.[5]
Questo breve elenco di mostre e note d’asta ci porta in terra friulana, nella seicentesca Villa Manin di Codroipo, che si conferma sede espositiva di prim’ordine anche nell’accogliere una delle opere più emblematiche del periodo simbolista di Gustav Klimt: la Nuda Veritas.[6] Il soggetto del quadro, un corpo femminile stante e nudo come allegoria appunto della nuda verità è quindi in totale contrasto con i sopracitati ritratti, se non fosse per il dato comune della donna sempre protagonista nell’opera dell’artista viennese. È infatti la predilezione per l’universo femminile che domina nei temi del suo lavoro, vuoi sotto forma di elaborati ritratti in un onirico interno borghese o, come in questo caso, di un realistico nudo dallo sguardo magnetico. La donna di Klimt, spesso “usata” come strumento al servizio del Simbolismo, è dopo tutto una donna vera. Poco ha a che fare con gli stilemi accademici nella rappresentazione e nel segno, anzi è una creatura contemporanea e reale. Lo si evince dal suo corpo: esplicito, imperfetto, spigoloso e pieno; in una parola autentico, tanto da suscitare all’epoca più volte accuse di oscenità da parte di pubblico e critica.[7] In fondo Klimt, grande come artista e amante, tanto da diventare padre illegittimo per ben quattordici volte,[8] mira solo a glorificare tutte le sfumature del corpo femminile nel suo essere più intimo, ma accanto alla prospettiva fisica c’è quella emotiva che traspare dagli sguardi e dai gesti.

Basti fare un solo esempio e pensare alle Giuditta I e II,[9] entrambe donne sensuali, libere, dallo sguardo che guarda altrove in un misto di compiacimento per l’atto compiuto – la segreta forza del sesso debole – che sembra quasi un fremito erotico; donne talmente protagoniste che riempiono con tutto il loro corpo lo spazio della rappresentazione, senza rinunciare a vesti sontuose fra trasparenze e tocchi di foglia d’oro. Solo noi che conosciamo la storia del mito sappiamo che da qualche parte nel dipinto dovrebbe – un condizionale che pare d’obbligo – trovar posto la testa mozzata del generale assiro Oloferne. Qui sembra non esserci invece c’è ma si vede appena. In Giuditta I il lugubre ritratto maschile compare solo per metà e si fa addirittura punto d’appoggio; in Giuditta II è solo parte di un viso avvolto nelle vesti, trascinato con nonchalance per i capelli della nostra eroina biblica quasi fossero la tracolla di una borsetta alla moda. A quest’ultima immagine forte pare giusto associare una delle frasi più sprezzanti di una ragazza francese – Gabrielle Chanel – che proprio in quel 1909, l’anno di Giuditta II, che nel 1910 verrà presentata alla Biennale d’arte e da allora ha trovato casa in laguna, andava a fondare il suo personale impero della moda, la quale disse: «Un uomo può indossare ciò che vuole. Resterà sempre un accessorio della donna».
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