di Fabrizio Zanfagnini (La Panarie n° 229)
C’è chi guarda il mondo attraverso gli occhi e chi, invece, sceglie di raccontarlo attraverso la luce. Diego Cinello, classe 1945, appartiene a questa seconda categoria: un talento visionario e fotografico che ha trasformato la passione per l’immagine in un viaggio straordinario, collezionando scatti che sono entrati nell’immaginario collettivo. Ha saputo sviluppare un linguaggio visivo unico, capace di fondere i panorami in un equilibrio perfetto tra tecnica ed emozione. Cinello si definisce un “fotografo di larghe vedute” in virtù della sua singolare tecnica di ripresa e fusione delle immagini. Parliamo di fotografia di paesaggio, un genere tra i più inflazionati al mondo, insieme a quello, ormai obsoleto, delle cartoline. Un genere insomma dal quale è difficile emergere per originalità. Da giovane aveva frequentato a lungo le Alpi Carniche e Giulie con uno scopo preciso: riprendere in modo insolito i panorami delle nostre vallate, allargando la prospettiva per restituire fotografie panoramiche spettacolari, pur mantenendo le proporzioni reali. Una delle sue prime esperienze risale al 1960. Era un ragazzo di quindici anni e muoveva i primi passi grazie agli insegnamenti di Antonio Seguini, cineasta e titolare di un importante studio di fotografia industriale. Durante l’estate, con un gruppo di giovani della parrocchia, aveva raggiunto la vetta del Monte Peralba, alle spalle di Sappada. Ricorda che quella giornata era splendida, luminosa, cristallina. Aveva portato con sé una fiammante Voigtländer Vito C, celebre fotocamera tedesca, molto diffusa all’epoca ma con forti limitazioni tecniche.

«Ero emozionato per quella fuga di montagne senza fine, dai colori esasperati e dalle forme tozze che emergevano da valli per me sconosciute», racconta. «Appena ho osservato il panorama attraverso il mirino della mia nuova macchina, ho provato una rabbia indescrivibile a causa del limitato angolo di campo. Vedevo solo una piccolissima porzione di quella grandiosità; le ottiche della fotocamera non consentivano altro».
D’istinto, iniziò a scattare foto in sequenza su piccole porzioni: furono ventitré scatti su un angolo di 360 gradi. Una volta rientrato a casa, a Fagagna, stampò i negativi nel formato 7×10 (all’epoca i formati appena più grandi erano già considerati “ingrandimenti”). L’obiettivo era incollare le fotografie per riprodurre l’intero panorama. Ma come fare? «Ignoravo l’esistenza del nastro adesivo e avrei dovuto incollarle una di seguito all’altra su un supporto di ragionevoli dimensioni». Pensò alla carta, ma era difficile reperire rotoli adeguati. Utilizzò prima la carta da zucchero che la madre conservava gelosamente, per poi passare ai sacchi di cemento dello zio Tin, che stava costruendo una casa poco distante. I sacchi usati infatti, venivano spesso immagazzinati con cura da tutti i muratori per ogni evenienza. Dopo aver spolverato e ripulito la carta, stirandola con il ferro della mamma, iniziò a incollare le sue immagini. La colla? “Acqua e farina”. «Questa è stata la mia prima panoramica: quasi due metri di montagne. Dal punto di vista tecnico il risultato era pessimo e approssimativo».

Il percorso artistico di Cinello – o artigianale, come ama definirlo lui – inizia qui. Ovunque andasse, fotografava con questo sistema di immagini in sequenza. I viaggi all’estero, le gite in montagna, le chiese e le città divennero i suoi soggetti preferiti per serie di scatti pensati per il montaggio. Con il tempo ha collezionato decine di scatole piene di fotografie adatte allo scopo, dando inizio a un lavoro professionale coronato da un notevole successo commerciale. Dopo l’esposizione di alcuni lavori in osterie e piccole mostre di paese, la richiesta per le sue fotografie divenne immediata. Famosa è una delle sue prime panoramiche realizzate dal Monte Talm, elaborata in grande formato da una nota fotolitografia udinese con costi di produzione di circa tre milioni di lire e moltissime ore di lavoro. Fu un grandissimo successo. Ne furono vendute oltre tremila copie. Nella foto erano riportati anche i nomi di tutte le montagne e la novità della “veduta larga” fu accolta dal pubblico con grande interesse.

Continua a leggere questo articolo
Questo contenuto è riservato agli abbonati della rivista.
Abbonati ora oppure Accedi