di Enrico Petris
Si può fare? Si può essere spie e contemporaneamente fare filosofia nei caffé?
Sembra di sì se osserviamo da vicino la spia del Vaticano che troviamo ne Les habitués de café (Sequences, Rezés lès Nantes 1990) di Joris Karl Huysmans. Sì proprio lui, l’autore di Á rebours, il manifesto dell’estetismo decadente. Di Huysmans si rischia di perdere la ricchezza se lo si riduce all’autore di quel libro. Ha scritto una decina di romanzi, partito dal naturalismo di Marthe, histoire d’une fille e de Les soeurs Vatard, si è via via trasformato in un pensatore cattolico con gli ultimi En Route, La cathedrale e L’oblat. Un pensatore cattolico ma non tradizionalista, come erano Jules Barbey d’Aurevilly o August de Villiers de l’Isle-Adam e prima di loro Maine de Biran, De Maistre e de Bonald.

Huysmans è stato anche un pregevole critico d’arte e uno scrittore di reportage della vita urbana, addentrandosi nei meandri dei Passages parigini ben prima di Walter Benjamin. Di professione faceva l’impiegato al ministero dell’interno. E pertanto si potrebbe presumere che si intendesse di intelligence. In realtà, nei suoi scritti non vi è traccia di spie o di situazioni spionistiche, se non in un caso. Il caso è proprio quello della spia vaticana de Les habitués de café, che è il personaggio su cui lo scrittore francese si sofferma più a lungo nel suo articolo di costume alla ricerca del tipo ideale di frequentatoridei caffè.
Huysmans è alla ricerca dei cultori disinteressati dei caffè. Quelli che non ci vanno né per giocare a carte, né per fumare o per bere, né per fare affari, né tantomeno per fuggire temporaneamente dalla famiglia. Sono studiosi, artisti e preti, un manipolo di eccentrici e di maniaci che si guardano di sottecchi senza desiderio di conoscersi. Occupano sempre lo stesso posto, parlano raramente e malvolentieri con gli altri, anche se sono prodighi di squisita cortesia, controllano i presenti e si preoccupano se qualcuno manca da un certo tempo. Vengono serviti da camerieri solerti e non distratti o che scappano quando gli si chiede il giornale. Uno degli elementi identificativi della narrativa di Huysmans è la polemica continua, che si trova disseminata in numerosi suoi romanzi, sul personale di servizio. Camerieri, portinai, maggiordomi sono tutti sfaticati, non puliscono, non rassettano, non fanno il loro dovere, spesso derubano o frodano i signori di cui sono alle dipendenze. Nel caffè descritto in quello scritto, non sono così; i camerieri sono premurosi: aprono la porta, aiutano ad infilare i cappotti, salutano cordialmente. Ebbene in questo caffè dove è impiegato, cosa straordinaria nella narrativa huysmansiana, personale di servizio onesto e volenteroso, c’è, fra quelli momentaneamente scomparsi, un tipo dei più bizzarri, attento e cattivo (mauvaise), esigente e brontolone. Un italiano, un nobile italiano, cameriere segreto di Pio IX, caduto in disgrazia presso la corte pontificia e ora reintegrato e ritornato a Roma. Ecco perché era assente. Sessantenne pieno di manie, ha sposato una diciottenne. Conosco solo un caso analogo di una coppia con simile differenza di età. In Italia, il filosofo Augusto Monti, a suo modo uomo di intelligence durante la resistenza, nel 1944 conobbe Caterina Bauchiero, che divenne la sua seconda moglie, era di 43 anni più giovane di lui.

Ebbene, il cameriere segreto, con una moglie giovanissima che conduceva con lui ora nei locali romani, e che era una delle spie più astute (effilés) del Vaticano a Parigi, non frequentava di certo il caffè per motivi professionali, cioè per carpire segreti. Allora perché ci veniva? Per poter sognare, per poter viaggiare in riposo, per lasciar andar lontano il pensiero, cioè per filosofare.
(Foto in copertina: una scena nel Rick’s Café Américan, crocevia di spie e rifugiati, del film Casablanca)