Risalire il fiume Nung come metafora della vita: Max, Mischa ecc…

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di Gino Gianmarco Stefanel

«non ci sono gli eroi; c’è solo gente che lotta, gente che fa quello che può»

Il libro dell’estate – probabilmente dell’anno – è un mattone di 1250 pagine con un titolo improbabile. Max, Mischa e l’Offensiva del Tet di Johan Harstad in realtà non è una novità: pubblicato nel 2015, è arrivato in Italia solo ora grazie alla traduzione di Sellerio, che è stata presa totalmente alla sprovvista dal successo, ritrovandosi a dover organizzare in fretta e furia una ristampa in piena calura estiva, mentre le richieste aumentavano e il libro rimaneva irreperibile per settimane, aumentandone l’hype.

Nel frattempo, sono state dette tante cose. C’è persino chi lo ha ritenuto candidabile al titolo di Grande romanzo americano, un’esagerazione – l’autore non è nemmeno americano e gli Stati Uniti hanno già il loro grande romanzo, o meglio ne hanno molti; tra i più citati: Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, qualcosa di Hemingway o Faulkner, Infinite Jest di David Foster Wallace o Furore di John Steinbeck (per me La valle dell’Eden, sempre di Steinbeck) – che però rende bene l’idea della considerazione che sta avendo questo titolo.

L’incipit è una pagina di riflessione su una giornata che comincia, cosa che qualunque scuola di scrittura creativa boccerebbe. Seguono decine e decine di pagine sul teatro, per poi passare a dei ragazzini norvegesi fissati con Apocalipse Now. Il soggetto non sembrerebbe entusiasmante, eppure si resta incollati alla pagina. «Questo romanzo è denso e al tempo stesso asciutto, ampio nel respiro e brillante nello stile narrativo» scrive correttamente Siri Hustvedt nell’estratto riportato in quarta di copertina. Un fiume di parole in grado di rievocare una vita con precisione ottocentesca, senza risultare mai barocco.

Il protagonista è Max Hansen e la sua è “una vita come tante”. Cito il romanzo di Yanagihara perché ha notevoli punti in comune con quello di Harstad: scritti nello stesso anno, portati in Italia da Sellerio, romanzi mondo, in entrambi i giovani protagonisti si muovono negli ambienti artistici della New York dei primi anni duemila. Qui però non c’è la sofferenza manifesta di Una vita come tante. La citazione di Coppola in apertura «[…] and little by little, we went insane (un po’ alla volta siamo diventati matti)» è fuorviante, perché ci si aspetta che accada qualcosa di schioccante, che ci si avvicini al malsano o quantomeno che si perda lucidità, sulla falsa riga di Apocalipse Now, ma non è così.

Leggendo il libro ho sentito il bisogno di rivedere il film di Coppola, che avevo visto a 17 anni in lingua originale e non ci avevo capito niente. Qualche anno fa ero ricapitato nella stessa storia leggendo Cuore di tenebra di Conrad, intuendo un capolavoro che però mi aveva comunque lasciato non del tutto convinto. In merito ad Apocalipse Now scrive un utente su Reddit: «Ho trovato il film comprensibile all’inizio, era coerente e seguiva una trama chiara. Ma nel momento in cui l’equipaggio sale su quella nave, succedono così tante cose che non ho capito. Sembrava un misto di assurdo, strano a dirsi, orrore?, e avevo la sensazione di perdere di vista il significato di… qualcosa». Credo sia proprio questo il senso della storia.

In Max, Mischa e l’Offensiva del Tet non c’è niente di tutto questo. È un libro sull’identità, l’amicizia, l’amore, il bisogno di una casa e di avere qualcuno al nostro fianco. Quando Max arriva in America, la prima persona con cui si lega è Mordecai, uno dei due grandi esclusi dell’elenco del titolo. I due mollano il nuoto e iscrivono a un corso di teatro, passione che diventerà la loro professione. Mordecai attore, Max regista. Mischa, di sette anni più grande dei due, aspirante pittrice, fa la sua comparsa attorno a pagina 350. L’Offensiva del Tet presumo sia un modo per dire Vietnam, rappresentato da zio Owen – l’altro grande escluso. Veterano, ma con un’esperienza ben diversa dall’odore di napalm di prima mattina con la musica dei Doors di sottofondo mentre si compiono atrocità; in seguito musicista-impiegato. Tutti e quattro per un certo periodo si troveranno a condividere lo stesso tetto nell’Apthorp, storico palazzo di Manhattan, prima che le cose si disgreghino.

Un libro in cui il centro non è la trama – piuttosto semplice, piatta, senza colpi di scena o forzature narrative, se non forse nel finale – ma la rappresentazione di una vita, che cerca di capirsi risalendo a modo proprio lungo il fiume Nung, con le dovute difficoltà, ma senza dover affrontare il colonnello Kurtz, o per lo meno non lo stesso Orrore. Un libro che avrebbe potuto essere più corto, ma che d’altro canto non contiene pagine brutte.

Il successo che sta avendo non lo comprendo pienamente, ma ne sono molto contento: che un tale fiume di parole venga letto da tante persone è una luce di speranza.

In copertina una magnetica foto Shelley Duvall (quella di Shining ma ai tempi di Anche gli uccelli uccidono), che è legata al contenuto del libro e ne ha, io credo, contribuito al successo.

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