di Maria Rita Eramo
The Echo Chamber, diciamolo pure, non è un film per tutti, ma ha quella rara capacità di rimanerti addosso per un bel po’ di tempo. Si entra in sala con l’aspettativa di una romantica storia d’amore per poi gradualmente esserne spiazzati.
Leonardo, interpretato da un magistrale Marinelli, è un artista che fatica a convivere con la sua ferita interiore, che si dipana nel corpo, un dolore che vorrebbe mettere a tacere.
Il film è ambientato esclusivamente all’interno dell’appartamento del protagonista che si fa teatro di dolori che non vogliono essere narrati. Tale spazio sembra assumere l’ambivalenza tra riparo e prigione, protezione dal mondo e spazio nel quale ciò da cui egli tenta di difendersi, viene custodito e amplificato. Il fuori, solo talvolta intravisto dalla finestra, rimane visibile ma difficilmente raggiungibile. L’arrivo di Anne (Alicia Vikander), in un gioco di flashback, di cui però non svelerò troppo la trama, sembra rappresentare una storia d’amore intensa per poi rivelarsi ben altro. Al centro di questo film non vi è un’analisi delle relazioni amorose, ma il rapporto complesso con il dolore fisico ed emotivo.
Su questa complessa tematica entrano in gioco le due protagoniste femminili Anne cerca di anestetizzarlo, quel dolore, per poi silenziarlo in un gioco relazionale sottile di manipolazione e possesso. Una strada diversa si apre gradualmente con l’arrivo di Ava, una straordinaria Susan Sarandon. Non si può non notare come lo sguardo di Marinelli si illumini al suo arrivo. sarà proprio lei ad aprire un’altra possibilità rispetto al dolore, dando spazio a quello del suono e della voce. È il dolore che può essere elaborato attraverso l’arte, non silenziato con gli anestetici, ma che richiede coraggio e capacità di attraversarlo.
Da qui di dipana una riflessione interessante sul mondo relazionale di oggi e sulla contemporaneità, che difficilmente prevede uno spazio di accettazione di questa dimensione. È un film in grado di perturbarci non solo per il finale ma soprattutto per i temi affrontati, non sempre facili. il regista ci arriva indubbiamente in maniera netta aiutato notevolmente dalla bravura degli attori.
Non è casuale che il film si basi sull’ultima sceneggiatura del maestro Bertolucci per passare alla regia di un giovane e notevole Pallaoro.
Forse è questo l’eco più profondo del film: non cancellare l’assenza, ma riuscire ad ascoltare ciò che rimane di una presenza così importante. Per questo non è un film facile perché oggi più che mai imparare a stare in un’assenza o in uno spazio di dolore è sempre più difficile. Per chi vuole provarci e per chi vuole immergersi in un film diverso è caldamente consigliata la visione!