I friulani dell’Arandora Star

1 - L'Arandora Star al tempo delle crociere di lusso - Copia

di Jurij Cozianin (da La Panarie 188)

È l’alba del 1° luglio 1940. Dal porto di Liverpool, al comando di Edgar Wallace Moulton, salpa una nave stracolma di internati e prigionieri, diretta a San Giovanni di Terranova, in Canada. Il suo nome è Arandora Star. Utilizzato fin dal 1927 per crociere di lusso, il transatlantico di proprietà della Blue Star Line è stato requisito dalla Royal Navy e riadattato a fini militari.[1]

A bordo, oltre a 174 uomini d’equipaggio e 200 guardie armate, ci sono 712 italiani, 478 tedeschi ed austriaci, rinchiusi nella stiva, stipati nelle cabine, sui ponti e nella sala da ballo diventata dormitorio. I prigionieri in divisa sono solo 86 (tedeschi), gli altri sono civili maschi di età compresa tra i 16 ed i 70 anni, da tempo emigrati nel Regno Unito, inclusi molti ebrei fuggiti dal nazismo e dal fascismo.

Privati di ogni diritto civile e politico, anche in spregio alla Convenzione di Ginevra, essi sono stati prelevati dalle loro case e dai luoghi di lavoro in quanto provenienti dalle nazioni nemiche e quindi sospettati di spionaggio o sabotaggio. Strappati alle famiglie, sono stati temporaneamente trasferiti in caserme, ippodromi (nei box per i cavalli, nel Kempton Park londinese e nel Lingfield Park, in Surrey) e campi di smistamento frettolosamente allestiti in vecchie fabbriche dismesse, infestate dai ratti ed in condizioni deplorevoli. È il caso della “Warth Mills” di Bury, nel Lancashire, in passato adibita alla produzione del cotone. Ufficialmente ritenuti “pericolosi”, i detenuti sono attesi dalla deportazione in Canada.[2] Altri malcapitati soffrono invece ad Huyton, nel Merseyside, o nei campi approntati sull’Isola di Man (a Ramsey, Douglas, Onchan) utilizzando anche gli alberghi a ridosso delle spiagge, circondati dai reticolati.

Il fulmineo rastrellamento decretato da Winston Churchill con il perentorio ordine «Collar the Lot! – Metteteli tutti al guinzaglio!» eseguito con l’apporto dei servizi segreti e secondo modalità di fatto indiscriminate, ha coinvolto in poche ore oltre 4.000 dei circa ventimila italiani giunti in Gran Bretagna dalla metà dell’800, in cerca di una speranza di vita.[3] Molti di loro provengono dalle province di Piacenza, Parma e Lucca, dai paesi dell’Appennino tosco-emiliano, dal Frusinate. Nel Galles meridionale, a Newport come nella contea di Glamorgan, gli emigrati parmensi della Valceno e di Bardi sono i titolari dei “caffè” e delle gelaterie in cui i minatori locali addolciscono la loro dura vita di sacrifici. Da Barga, comune lucchese nella Media Valle del Serchio, sono invece giunti in Scozia i figurinai, autori di statuine in gesso di santi. Col tempo, da venditori ambulanti sono passati a mestieri più redditizi, gli stessi dei molti italiani che li hanno seguiti: gelatai, camerieri, cuochi, ristoratori, titolari di “Fish and Chips”, barbieri, bottegai, artigiani ed operai, ormai integrati nel tessuto sociale.

La dichiarazione di guerra dell’Italia “proletaria e fascista” contro le “democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente”, gridata da Mussolini il 10 Giugno dal balcone di Palazzo Venezia, ha fatto precipitare il corso degli eventi, sconvolgendo l’esistenza di quelle che sarebbero diventate le prime vittime italiane della Seconda Guerra Mondiale.

Fin da quel fatidico giorno, a Londra come a Liverpool, Edinburgo, Glasgow e molti altri centri minori, l’odio e la violenza si sono infatti scatenati contro i negozi, i bar ed i ristoranti italiani, con vetrine infrante e saccheggi,[4] anche in virtù di un’ampia campagna, dai toni spesso rancorosi e sprezzanti, alimentata dai giornali britannici nei confronti degli “enemy aliens”, accusati di essere membri di una presunta “quinta colonna”. Nel drammatico contesto bellico e politico venutosi a creare dopo Dunkerque e la resa della Francia (22 Giugno 1940), la Gran Bretagna è la sola grande potenza ad opporsi alle forze dell’Asse, alla vigilia dell’inizio della tremenda Battaglia d’Inghilterra e dei bombardamenti aerei tedeschi sulle città. Nel clima di angoscia e panico che grava sulla nazione, nell’attesa della probabile invasione nazista, il neo premier Churchill non può in alcun modo permettersi le fatali indecisioni del suo predecessore Chamberlain.

Nella “perfida Albione” contro cui Mario Appelius,[5] voce del regime, si appresta ad inveire con il suo «Dio stramaledica gli inglesi», i legami della Little Italy con il fascismo hanno radici lontane, come testimoniato dalla nascita, già nel 1921, del “fascio londinese”, il primo costituito all’estero, con sede dal ‘36 al civico 4 della centralissima Charing Cross Road, a pochi passi da Trafalgar Square, come voluto dall’allora ambasciatore Dino Grandi.[6]

Nonostante l’ampia propaganda, la comunità italiana ne apprezza le strutture operative (scuole, centri sociali, circoli, sindacati) e i molti eventi culturali, ricreativi e sportivi dalle stesse promossi più per il loro beneficio pratico che per effettiva adesione ideologica. Le vere “camicie nere”, orgogliose del Duce e dell’Impero, tuttavia non sono mai mancate e a lungo hanno goduto del sostegno dei loro camerati della British Union of Fascists, fondata nel 1932 da Sir Oswald Mosley e dichiarata illegale solo nel maggio del ‘40.

L’Arandora Star al tempo delle crociere di lusso.

Non va altresì dimenticato che la City è anche rifugio per chi ha lasciato l’Italia fascista per proteggere la propria vita o continuare la sua battaglia ideale e politica, anche dai microfoni della celeberrima Radio Londra, in onda dal 27 settembre 1938.[7] Non a caso, nei locali dell’Arandora Star separati dal filo spinato, ci sono anche ebrei fuggiti dopo la proclamazione delle infami leggi razziali (Uberto Limentani[8]) e noti esuli antifascisti (Decio Anzani[9]).[10] Si ritrovano assieme a padri, i cui figli sono sudditi di Sua Maestà e come tali arruolati nell’esercito britannico, il che evidentemente non è loro sufficiente ad evitare la nefasta “caccia al nemico”.

In un mattino assolato, ridipinta di grigio e priva di insegne della Croce Rossa, munita di due cannoni sui ponti e con sole quattordici malandate scialuppe, l’Arandora Star naviga senza alcuna scorta verso il suo tragico destino,[11] nelle fredde acque dell’Atlantico scandagliate dai temibili U-Boot tedeschi. A nord-ovest delle coste d’Irlanda, uno di loro è in agguato. È l’U-47 del comandante Günther Prien,[12] già protagonista il 14 ottobre 1939 del memorabile affondamento della corazzata inglese “Royal Oak” nel corso dell’audace incursione nella base navale di Scapa Flow, tra le isole Orcadi. Le sue “vittime” sono state sedici, l’ultima delle quali, il mercantile greco “Giorgyos Kyriakides”, è colata a picco il 30 giugno.

La livrea scura e lo zigzagare della nave osservata dal periscopio fanno supporre che l’obiettivo sia legittimo. L’ultimo siluro a disposizione dell’U-47 è sufficiente allo scopo. Attorno alle 7.00 del 2 luglio, l’Arandora Star viene investita da una terribile esplosione. Messi fuori uso i generatori, la tragedia si compie al buio. Mentre la prigione galleggiante affonda rapidamente, nel panico e nel caos della disordinata e non libera corsa alle scialuppe, ai pochi canotti ed ai salvagente, centinaia di persone muoiono calpestate dalla calca, trafitte dai grovigli di filo spinato, risucchiate dai vortici, affogate, soffocate dall’olio combustibile.

A bordo dell’ex transatlantico ci sono anche terrazzieri e mosaicisti friulani, da anni emigrati in Gran Bretagna, ricercati ed apprezzati interpreti del “genius loci” dei loro paesi d’origine, in particolare della pedemontana pordenonese.[13] Tra loro ci sono due giovani cugini di Montereale Valcellina, Luigi e Rando Bertoia, entrambi terrazzieri “figli d’arte”. Il primo risiede a Newcastle assieme al padre Antonio, la madre Emilia, i fratelli Giuseppe ed Antonio, di soli otto e tre anni. Il secondo abita nel distretto Pollokshields di Glasgow, con papà Ermenegildo, la mamma Regina ed il fratello minore Oriente, tredicenne. Rando è apprendista alla Toffolo&Jackson, in cui lavora anche il padre, emigrato in Scozia nel 1912, già impegnato nella realizzazione di mosaici in importanti edifici cittadini, inclusi il Municipio (City Chambers), il Pavilion Theatre e lo stadio di Ibrox,“tempio” dei celebri Rangers.[14]

Il cacciatorpediniere St. Laurent in navigazione.

All’alba dell’11 giugno la polizia li ha prelevati da casa sotto gli occhi dei loro cari atterriti, portandoli al commissariato di Strathbungo. Come Antonio, Gildo viene confinato per nove mesi sull’Isola di Man, luogo di internamento anche per alcune donne ed i loro bambini. Dopo i giorni trascorsi nelle caserme di Maryhill, nel campo di Milton Bridge (Edinburgo) e nell’orribile “Warth Mills”, Rando invece è stato imbarcato sull’Arandora Star e destinato al ponte superiore, assieme agli altri italiani di Scozia. Luigi, gli “enemy aliens” d’Inghilterra ed in particolare di Londra sono invece chiusi nelle stive e nei livelli inferiori della nave. La diversa collocazione risulta determinante rispetto alla possibilità di salvarsi. Non riuscendo a risalire, anche perché impediti dalle guardie, moltissimi muoiono intrappolati nel relitto, inclusi i più anziani. Altri riescono a gettarsi in acqua ma da altezze che risultano quasi sempre fatali.

Il diciannovenne Luigi scompare nella nave che s’inabissa in poco più di mezz’ora. Rando, che non sa neppure nuotare, si salva grazie agli amici friulani, che riescono a caricarlo su una delle poche scialuppe calate, a bordo della quale assiste impotente al compiersi della tragedia. L’oceano inghiotte l’Arandora Star e centinaia di suoi passeggeri. Nei giorni e nelle settimane successive al disastro, la corrente spingerà molti cadaveri sulle coste irlandesi e delle isole Ebridi. In superficie ondeggiano detriti e pezzi di legno. Bruciano ancora le chiazze di nafta.

L’SOS lanciato dalla nave viene captato dalla stazione radio di Malin Head, all’estremità settentrionale dell’Irlanda. Per i naufraghi cullati dalle onde o disperatamente aggrappati a qualunque cosa possa sostenerli, il segnale della salvezza giunge dal sorvolo di un idrovolante Sunderland del 204° Squadrone del Royal Air Force Coastal Command, decollato dalla base di Sullom Voe, nelle Isole Shetland. Qualche ora più tardi è il cacciatorpediniere canadese “St.Laurent” a trarli definitivamente in salvo. L’angoscioso “appello” che si tiene il giorno dopo nel porto scozzese di Greenock rivela le gigantesche dimensioni della tragedia. Le vittime risultano 805, di cui 446 italiane. Tra loro Luigi Bertoia ed altri dieci friulani. Alla comunità di Londra appartenevano i cugini mosaicisti Ettore (44 anni) e Renato (32) Cristofoli, esponenti di un’antica famiglia di Sequals, uno dei paesi da cui la loro arte è stata ampiamente esportata in Europa ed Oltreoceano.[15] È scomparso anche il terzo cugino, Domenico (35), residente a Birmingham. Originario della stessa località, resa celebre da Primo Carnera, era anche Antonio Bertin (39), come loro alle dipendenze della Diespeker&Co.Ltd., una delle maggiori aziende del settore.[16] Da Cavasso Nuovo provenivano invece Riccardo Tramontin (49) e Matteo Fossaluzza (43), quest’ultimo dalla frazione di Orgnese. Il suo corpo in decomposizione viene rinvenuto il 10 agosto sulla costa occidentale irlandese, nel villaggio di Easkey, dove egli venne sepolto e ne viene ogni anno onorata la memoria. Di Fanna erano Marco Maddalena (a Londra, 30 anni), Giovanni Stellon (a Newport, 48) ) ed Antonio Santuz (56), terrazziere a Birmingham,[17] mentre Giovanni Chiarcossi, classe 1875, era emigrato nella City da Gradisca di Sedegliano.[18] Assieme ai friulani scompaiono il trentunenne triestino Paolo Adami, “londinese” d’adozione internato a Lingfield Park,[19] e Camillo Prister, già insegnante al College di Epsom,[20] forse residente ad Ilminster nel Somerset, internato a Paignton, appartenente ad una nota famiglia ebraica di origini zagabresi trasferitasi a Gradisca d’Isonzo, in cui egli era nato nel 1890.[21]

Da Greenock i feriti e gli ammalati vengono trasferiti al Mearnskirk Hospital di Newton Mearns. Dei 266 italiani superstiti, circa 200 vengono giudicati in grado di affrontare immediatamente un’ulteriore traversata, stavolta con destinazione l’Australia. Dopo una breve sosta al campo militare di Birkenhead, Rando Bertoia è tra coloro che vengono condotti ancora ai “docks” di Liverpool per essere imbarcati sulla “Dunera”, altra nave adibita al trasporto degli internati. Salpa il 10 luglio, con oltre 2.500 uomini a bordo, ben oltre la sua normale capienza. Per gli sventurati, tra i quali moltissimi ebrei tedeschi, hanno inizio quelli che saranno ricordati come “i 57 giorni d’inferno”, in condizioni logistiche ed igieniche disumane, alla mercè di guardie brutali, sadiche e senza pietà. Tutto è razionato, dall’acqua al cibo, dal sapone ai pochi minuti d’aria concessi sul ponte. A ciò si aggiungono lo scherno e le percosse, la costante minaccia delle baionette ed il furto di quanto i condannati possiedono. Come prevedibile, la nave rischia altresì di essere colpita dai sommergibili tedeschi. In effetti il 12 luglio, al largo dell’Irlanda, l’U-56 lancia due siluri contro il facile bersaglio. Il destino vuole che il primo impatti sullo scafo senza esplodere e che il secondo, complici le onde alte, manchi l’obiettivo. Il giorno dopo Rando compie 20 anni. Ignari della rotta, i “Dunera Boys” cercano di orientarsi con l’aiuto delle stelle. Solo le soste lungo le coste africane consentono loro di capire dove si trovano. La nave attracca a Freetown (Sierra Leone), Takoradi (Ghana) e Capetown (Sudafrica), prima di raggiungere Fremantle, Melbourne ed infine Sidney, il 6 settembre 1940.

Sidney, 6 Settembre 1940: lo sbarco degli “enemy aliens” dalla “Dunera”.

Sbarcati in condizioni allucinanti, gli internati vengono trasferiti in treno nei campi di prigionia australiani, in particolare ad Hay ed Orange (Nuovo Galles del Sud), a Tatura (Victoria) e Loveday (Riverland). Il trattamento degli italiani sarà progressivamente migliore, in particolare dopo l’8 settembre 1943. Le fotografie dell’epoca e gli oggetti della memoria testimoniano che ad Hay venne concesso di formare anche improvvisate orchestre ed una squadra di calcio ribattezzata “FC Juventus”. A molti verrà consentito di lavorare, altri potranno persino indossare la divisa australiana e decidere di diventare cittadini aussies. Dopo aver tagliato alberi per circa un anno, anche Rando può trovare impiego presso un terrazziere friulano a Melbourne. Deve in ogni caso attendere l’Agosto del 1946 per imbarcarsi a Sidney sulla “Mauretania” e far ritorno nella “sua” Glasgow, in cui può riabbracciare gli increduli cari e ricominciare la propria vita, lavorando nella bottega d’orologiaio aperta in Victoria Road dal fratello. Lo farà fino all’età di 85 anni, accanto alla moglie Giovanna ed ai figli Marco e Gilda, decidendo di chiudere l’attività solo dopo la scomparsa di Oriente, nel 2006.

Insignito nel 1990 del titolo di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, assieme al primo ministro scozzese Alex Salmond ed alle autorità consolari Rando Bertoia è stato l’ospite d’onore alla solenne inaugurazione del suggestivo Italian Cloister Garden, adiacente alla cattedrale cattolica di Sant’Andrea, avvenuta il 16 maggio 2011.[22] Fortemente voluto dall’arcivescovo Marco Conti, originario di Barga, e progettato dall’architetto romano Giulia Chiarini, il monumentale labirinto di grandi plinti ricoperti da specchi, con incise frasi di poeti e brani delle Sacre Scritture, è ornato dalla lapide con i nomi di tutte le vittime italo-scozzesi dell’Arandora Star, da un ulivo bicentenario della Garfagnana e da una fontana d’acqua zampillante. È un simbolo di rispetto, pace e riconciliazione che si affianca ai monumenti recentemente eretti sull’isola di Colonsay, a Londra, Birmingham, Middlesbrough, Liverpool, Cardiff e, da molto più tempo, in tanti villaggi delle coste d’Irlanda e Scozia, dove l’umanità e la pietà dei cittadini si sono spontaneamente espresse fin da quei lontani, tragici giorni.

Da mite gentiluomo, Rando Bertoia si è spento nella sua casa nel quartiere di Gorbals l’11 ottobre 2013, a 93 anni. Era l’ultimo sopravvissuto al disastro dell’Arandora Star.[23] Dopo decenni di cinica “ragion di stato” ed inaccettabile oblio, si deve in particolare alla sensibilità della giovane ricercatrice fiorentina Maria Serena Balestracci, autrice di due preziosi volumi,[24] se questa dolorosa pagina di Storia è emersa nella sua drammatica verità e se i racconti di chi l’ha vissuta sulla propria pelle sono stati resi pubblici. Né si possono dimenticare le famiglie, le comunità, le istituzioni civili e religiose, gli storici che si sono impegnati, in Italia, Irlanda e Regno Unito, affinchè uomini, luoghi e fatti fossero conosciuti e ricordati per sempre. Questo scritto vuol essere un contributo, per quanto modesto, a farne giusta memoria anche nella nostra Regione.[25]


[1] La nave aveva attraccato a Liverpool il 27 giugno, proveniente dal porto francese di Saint-Jean-de-Luz, in cui aveva imbarcato centinaia di militari alleati, in particolare dell’aviazione polacca, evacuati nel corso dell’Operazione Ariel. L’Arandora Star era già stata utilizzata anche nell’evacuazione delle truppe alleate dalla Norvegia.

[2] I campi d’internamento in Canada erano stati allestiti in Quebec, Ontario e New Brunswick. Il 20 giugno 1940 era salpata da Liverpool la prima nave adibita al trasporto degli “enemy aliens”, la “Duchess of York”. L’Arandora Star venne invece seguita dalla “Ettrick” (da Liverpool) il 3 Luglio e dalla “Sobieski” (da Greenock) il 4 luglio.

[3] Lucio Sponza: “Gli italiani in Gran Bretagna: profilo storico” contenuto in “Altreitalie n° 30 (Gennaio-Giugno 2005)” – Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli.

[4] Terri Colpi: “The impact of the Second World War on the british italian community” contenuto in “The internment of aliens in twentieth century Britain” – Edited by David Cesarani and Tony Kushner. Published by Routledge (1993).

[5] Mario Appelius (1892-1946), giornalista de “Il Popolo d’Italia” e commentatore radiofonico durante la guerra.

[6] La comunità italiana di Londra si è storicamente concentrata nei quartieri di Holborn, Soho ed in particolare di Clerkenwell, attorno alla Chiesa cattolica di San Pietro consacrata nel 1863.

[7] Componenti della sua redazione erano anche i triestini Aldo Cassuto e Livio Zeno Zencovich, oltre al londinese Joseph John Marus (“Candidus”), nato da genitori friulani di Fanna.

[8] Il milanese Uberto Limentani (1913-1989), sopravvissuto al naufragio, collaboratore della BBC e di Radio Londra, è stato anche critico letterario e docente a Cambridge.

[9] Decio Anzani (1882-1940), forlivese, celebre sarto a Londra, segretario onorario della sezione britannica della “Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo”.

[10] Alfio Bernabei: “Esuli ed emigrati italiani nel Regno Unito. 1920-1940”. Ugo Mursia Editore (1997).

[11] Alcuni mesi prima l’Arandora Star era stata dotata di ampie reti metalliche anti-siluri, positivamente testate ma inopportunamente tolte nel Marzo del 1940, quando la nave salpò dai cantieri di Southampton.

[12] Günther Prien, “il toro di Scapa Flow”, morì nell’affondamento del suo U-47, avvenuto il 7 Marzo 1941 in acque islandesi. In 238 giorni di missioni, riuscì ad affondare ben 31 navi, rivelandosi uno dei migliori “assi” della Kriegsmarine tedesca.

[13] Javier P. Grossutti: “In the hands of the Italians”: friulian mosaic and terrazzo workers in London (contenuto in “The friulian language: identity, migration, culture” edited by Rosa Mucignat (2014) – capitolo 7, pp. 103-121). 

I primi mosaicisti e terrazzieri friulani erano approdati a Londra attorno al 1875, provenienti dalla Francia (fu il caso del noto Pietro Mazziol di Sequals) e dall’Olanda. La loro elevata qualificazione professionale, appresa dai padri, li rese spesso imprenditori di successo, alla guida di grandi aziende che assumevano molti friulani. Altri (Mongiat, Marus, Girolami, Narduzzo, Di Spirit…) condussero imprese di carattere famigliare ma non meno importanti, come riportato nel website della National Federation of Terrazzo Marble & Mosaic Specialists (http://nftmms.co.uk/history.html).

[14] “Daily Record” del 22 Maggio 2010: “Survivor of World War Two Arandora Star disaster relives ordeals”.

[15] Gianni Colledani e Tullio Perfetti: “Dal sasso al mosaico: storia dei terrazzieri e dei mosaicisti di Sequals”. Ed. Comune di Sequals (1994).

[16] Fondata ad Amburgo nel 1881 da Luigi Oderico, la Diespeker aprì la sua sede nel quartiere londinese di Islington, in Graham Street, affermandosi come una delle aziende leader in Gran Bretagna nel settore del mosaico, del terrazzo e dei marmi, assumendo decine di friulani. Esiste ancora oggi, con sede in Ormside Street. Vedi: http://www.diespeker.co.uk.

[17] All’internamento di alcuni emigrati di Fanna sono dedicati gli articoli della ricercatrice Alexia Casale pubblicati nel Marzo del 2011 nel website (http://www.efasce.it) dell’Ente Friulano Assistenza Sociale Culturale Emigranti, con sede a Pordenone.

[18] Vedi Javier P. Grossutti, Op.Cit.; “Il Messaggero Veneto” del 15 maggio 2011: “Quegli 11 friulani naufragati nell’Atlantico” di Ilaria Gianfagna; “Il Messaggero Veneto” del 16 maggio 2011: “Nave affondata: lui si salvò, il cugino no”.

[19] Alcune informazioni sulle vittime residenti a Londra sono tratte da “Arandora Star tragedy: 75 years on” – London’s italian community remembers (https://twitter.com/as75yrs).

[20] Vedi http://archive.epsomcollege.org.uk

[21] “Il Piccolo” del 28 gennaio 2012: “E Gradisca riscopre la casa della vita ebraica”.

Maddalena Del Bianco Cotrozzi: “La comunità ebraica di Gradisca d’Isonzo”. Del Bianco Editore (1983).

[22] Vedi http://www.italiancloister.org.uk

[23] “The Herald” del 14 Maggio 2011: “Last survivor of torpedoed liner recalls day 800 died”.

     “The Herald” del 15 Ottobre 2013: “Arandora’s Star last survivor in Scotland dies at 93.”

     “The Herald” del 16 Ottobre 2013: “Rando Bertoia”.

[24] Maria Serena Balestracci: “Arandora Star, una tragedia dimenticata” –  Ed. Corriere Apuano, Pontremoli (2002).

    Maria Serena Balestracci: “Arandora Star. Dall’oblio alla memoria” – Monte Università Parma Editore (2008).

[25] Ai fini della stesura dell’articolo, l’autore si è avvalso della cortese e preziosa collaborazione del Prof. Umberto Sereni, docente di Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Udine e già Sindaco del Comune di Barga (Lucca), al quale egli esprime profonda gratitudine.

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