di Valentina Coco – Redazione giovani (da La Panarie 229)
Recensione del film Un anno di scuola di Laura Samani
Prima tre più uno, poi uno e infine di nuovo quattro. Questo è quello che succede a un gruppo di amici durante l’ultimo anno di una scuola superiore della caotica, frenetica e affascinante Trieste del 2007, e questa è la storia raccontata dal secondo film di Laura Samani, arrivato nelle sale lo scorso aprile.
È settembre, il primo giorno di quinta superiore. Fred, una ragazza svedese che si è appena trasferita in Italia, entra in classe, una classe composta da soli maschi. Inevitabilmente diventa una calamita per gli sguardi curiosi dei compagni, in particolare tre di loro: Antero, silenzioso e affascinante; Pasini, incorreggibile seduttore che in realtà porta il peso di un grande dolore; e Mitis, bonario e protettivo. I tre, amici di sempre, verranno scossi dall’arrivo di Fred, che, nel tentativo di farsi accettare e rivendicare il suo posto alla pari con loro, finirà per creare involontariamente crepe all’interno del gruppo, mettendo a repentaglio sua solida unione.
Ma nemmeno per lei è facile: la sua nuova vita è ricca di ostacoli, primo tra tutti la lingua. All’interno del film si alternano infatti italiano, dialetto triestino, inglese e svedese, con sottotitoli dove necessario. Una scelta, questa, che sembra rispecchiare perfettamente lo stile del film: naturale, diretto, vero. Anche i dialoghi tra i ragazzi sono proprio quelli che si potrebbero sentire ogni giorno a scuola, o per strada, senza fiocchi o limature. Questo porta anche alla presenza di alcune battute un po’ pesanti, ma che comunque si trovano sempre nel contesto della vita giovanile e hanno l’obiettivo di rispecchiare una realtà senza veli.
Non mancano anche scene di bullismo, che Fred subisce sia dalle ragazze della scuola vicina sia dai suoi stessi compagni, che nella sua diversità la vedono come un’estranea e un bersaglio da prendere di mira, fino ad arrivare a fatti anche piuttosto gravi. Così, in questo mondo tutto nuovo e per certi versi insidioso, Fred deve “farsi le ossa”, stringendo i denti e andando avanti anche quando sembra che non ne valga la pena: non bisogna dimenticare infatti che questo è l’ultimo anno di scuola e all’orizzonte c’è la maturità, uno spaventoso spartiacque tra l’adolescenza e l’età adulta.
Eppure la scuola non è l’unico sfondo della storia, anzi. Le scene in aula sono continuamente intervallate da bellissime vedute di paesaggi carsici, sobborghi cittadini, bar, parchi, feste notturne, e la trappola, un garage adibito a “tana” dei quattro amici. Forse un po’ troppo svago, considerato appunto che ci troviamo durante l’anno scolastico. Ma questo permette alla regista di analizzare i rapporti tra i personaggi su diversi piani: l’amicizia spontanea che nasce tra Fred e Antero, Pasini e Mitis si trasforma presto in qualcosa di più per i primi due, che però non possono rivelare agli altri l’entità della loro relazione per paura di incrinare lo spirito di gruppo che è venuto a instaurarsi tra di loro. Ma il segreto non può essere mantenuto a lungo, e anzi quando viene scoperto è come un pugno nello stomaco, soprattutto per Pasini, che avevamo intuito provasse anche lui qualcosa per Fred e che a questo punto, disilluso, si lascia andare. È un’altra crepa che va a separare i quattro sempre di più, fino all’apice della spaccatura, quando Fred si ritroverà davanti solo porte chiuse e l’amicizia dei ragazzi sembra definitivamente compromessa. Quanto è disposta a sacrificare ancora per farsi accettare? Parrebbe una situazione senza uscita. Ma, ancora una volta, Fred è la chiave del loro legame e alla fine di un anno che è stato faticoso, bello, strano, imprevisto, la vediamo uscire da scuola e percorrere un’ultima volta il viale – che all’inizio, nella sua salita, aveva rappresentato la strada ancora da affrontare – in discesa, in una lunga scena che inquadra il suo viso e tutte le emozioni che ci passano attraverso. Lentamente, affiora la consapevolezza di ciò che è stato e che ora non è più, ma che resterà dentro di lei e la segnerà per sempre.
È una scena, del resto come si vede in tutta la pellicola, originale nella sua semplicità, sulle note di Più niente dei Prozac+. Anche gli altri brani del film appartengono all’indie rock e post punk friulano contemporaneo agli anni in cui si svolge la storia; sono brani vivaci e a volte un po’ malinconici che rappresentano bene l’esuberanza e la libertà di cui vanno in cerca questi ragazzi, provando, sbagliando, provando di nuovo. Sono anche le musiche principali, e l’assenza di musiche di sottofondo, sostituite da suoni e rumori tipici della vita quotidiana, è un altro modo per trasmettere al pubblico la sensazione di naturalezza e credibilità che è un tratto caratteristico di questo film. Gli avvenimenti non vengono enfatizzati eccessivamente, ma vengono presentati nella loro spontaneità. Al contrario, l’enfasi viene data dall’avvenimento stesso, che colpisce semplicemente per ciò che è.
Fondamentale l’interpretazione degli attori per sottolineare proprio questo: Stella Wendick (Fred), Giacomo Covi (Antero), Pietro Giustolisi (Pasini) e Samuel Volturno (Mitis), ovvero gli attori che hanno impersonato i quattro protagonisti, erano tutti alla loro prima apparizione sul grande schermo, e inoltre, incredibile a dirsi, gli ultimi tre non avevano mai avuto esperienza con la recitazione in precedenza.
Questo, unito al fatto che gli studenti della scuola in cui sono state svolte le riprese hanno partecipato come comparse, è stato di un’importanza cruciale per la riuscita del film nel suo spirito libero e un po’ fuori dagli schemi.
Dopo aver visto questo film, cosa rimane? La risposta a questa domanda potrebbe rivelarsi più semplice di quanto sembri, e cioè una sensazione. Di pienezza, di vuoto, di consapevolezza. Di qualcosa che forse già conosciamo, ma che abbiamo bisogno ci venga raccontato di nuovo, magari sotto una luce diversa. Infatti il film è un adattamento dal romanzo omonimo di Gianni Stuparich del 1929: sono cambiati i tempi, gli oggetti e le tecnologie che ci circondano, ma non le dinamiche. E perciò non è tanto quello che succede – non ci sono grossi avvenimenti, anzi la trama piuttosto ordinaria potrebbe persino risultare un po’ debole – ma quello che significa: un percorso di crescita a volte divertente, a volte doloroso, che porta a diventare “grandi”.