di Massimo Borgobello
Afro al Castello di Prampero – L’atelier del Silenzio (1961-1975) (27 giugno – 13 settembre 2026) è la mostra dedicata al cinquantesimo anniversario della morte di Afro Libio Basaldella, il più giovane dei tre fratelli che tanto lustro hanno dato all’Arte del ‘900 nel Mondo e nella nostra Regione, il Friuli Venezia Giulia. La mostra è stata organizzata in coprogettazione dal Comune di Magnano in Riviera e da Fondazione Syncretika Arte e Cultura ETS, con progetto e curatela della prof.ssa Annalisa Boreatti, con il patrocinio (e la collaborazione diretta e fattiva) della Fondazione Archivio Afro.

La mostra accosta dipinti, arazzi, grafiche e un mosaico, ricostruendo inoltre l’atelier del Maestro esattamente dove Afro dipingeva nelle sue stagioni friulane, al Castello di Prampero a Magnano in Riviera. La mostra è completata da due sale audiovisive con interviste ai protagonisti della storia del Castello e da documenti archivistici su Afro (in un raro video delle Teche Rai lo si sente parlare e raccontarsi), oltre all’esposizione di numerosi documenti autografi.
Il cinquantenario della morte del più grande artista friulano del Novecento, quindi è, a tutti gli effetti, una pietra miliare per la vita culturale della nostra Regione. Ricreare l’atelier del Grande Maestro al Castello di Prampero cinquant’anni dopo la devastazione del terremoto che lo rase praticamente al suolo, aggiunge a questa mostra un valore che ha il sapore, tutto friulano, del “dov’era e com’era” che ha caratterizzato la ricostruzione della nostra terra dopo il 1976. Non è un caso che l’anno del cinquantenario della scomparsa di Afro coincida, quasi per un disegno che la storia talvolta sa comporre da sé, con quello della grande prova collettiva che il Friuli affrontò e superò proprio nei mesi in cui l’artista si spegneva.
Si tratta, dunque, di un’operazione culturale di grande rilievo e di ampio respiro, sia per il valore intrinseco delle opere esposte – considerevole, poiché in esposizione vi sono tele che ripercorrono l’ultima, decisiva stagione della ricerca di Afro – sia per i richiami e le suggestioni che l’intera iniziativa determina. Riportare un artista di statura internazionale nel luogo che lo vide, per quindici estati, ritrovare sé stesso, significa restituire alla comunità friulana un pezzo della propria storia che il tempo e gli eventi avevano reso silenzioso.

Non sfuggirà ai lettori più attenti di questa rivista una coincidenza che meriterebbe, da sola, un intero convegno: La Panarie ha varcato da poco la soglia del proprio primo secolo di vita, essendo nata nei primi giorni del 1924 per volontà di Chino Ermacora come “rivista friulana d’arte e di coltura”, e si trova oggi, appena due anni dopo quel traguardo, a raccontare il cinquantenario della morte di uno degli artisti che quella stessa rivista contribuì a far conoscere e “lanciare” nel territorio udinese. Si tratta della conferma di un filo che lega la nostra terra ai propri artisti migliori attraverso le generazioni: un filo che passa per le pagine delle prime annate della rivista, per gli affreschi di Casa Cavazzini, per le lettere che un giovane Afro scambiava con Vittoria di Prampero, e che arriva, oggi, fino alle sale del Castello che lo ospitò per quindici estati. Scrivere per La Panarie di questa mostra significa, in un certo senso, chiudere un cerchio che la stessa rivista aveva aperto un secolo fa.
Va ricordato come fu proprio dalle pagine di questa testata che Ermacora sostenne con convinzione i tre fratelli Basaldella – Dino, Mirko e, naturalmente, Afro – nella loro attività di avanguardia friulana, agli esordi della loro carriera, quando il loro linguaggio doveva ancora conquistarsi il riconoscimento che la storia dell’arte avrebbe poi tributato loro. Ermacora aveva questa dote rara: sapeva riconoscere il talento prima che il talento si imponesse da sé (aveva preconizzato il successo di un giovanissimo Pier Paolo Pasolini quando era sconosciuto ai più), e la sua rivista divenne per più di un artista friulano il primo, decisivo palcoscenico.
È inevitabile, parlando di questi anni di formazione, che il pensiero corra anche a Dante Cavazzini, che proprio a un giovanissimo Afro commissionò gli affreschi che ancora oggi si possono ammirare nella Galleria d’Arte Moderna di Udine, quella Casa Cavazzini che porta il nome del suo committente e che custodisce, tra le sue sale, una delle testimonianze più preziose e meno conosciute dell’esordio pittorico di Afro. Fu un atto di fiducia, quello di Cavazzini, che oggi possiamo leggere come uno dei primi tasselli di un percorso destinato a condurre l’artista fino alla Biennale di Venezia, fino a Parigi, fino a New York.

Per comprendere perché un artista che aveva conosciuto Roma, Parigi e New York abbia scelto di tornare, ogni estate, in un Castello delle colline friulane, occorre risalire alla fine degli anni Venti, quando un giovanissimo Afro scoprì per la prima volta il Castello di Prampero in compagnia di Vittoria di Prampero (1876-1956), nobildonna pittrice dilettante e mecenate. Con lei l’artista mantenne, negli anni, un rapporto epistolare intenso e affettuoso, che durò fino alla morte della contessa. La prima sala della mostra ospita alcune lettere scritte di pugno da Afro a Vittoria di Prampero, gentilmente prestate dalla famiglia, tuttora proprietaria del castello.
La strada che condusse Afro dalla provincia friulana ai vertici della scena artistica internazionale fu segnata da tappe che meritano di essere richiamate, perché aiutano a comprendere quanto fosse eccezionale, in quegli anni, la decisione di tornare in Friuli proprio nel momento del massimo successo.
Nel 1960 Afro aveva già ottenuto il primo premio alla Biennale di Venezia (vinto nel 1956), era stato l’unico rappresentante italiano per decorare, con il celebre pannello Il Giardino della Speranza, la sede dell’UNESCO a Parigi (lo studio preparatorio è in esposizione), aveva ricevuto il prestigioso premio Guggenheim; si era ampiamente confrontato direttamente con Willem de Kooning, Jackson Pollock, Conrad Marca-Relli, Philip Guston, William Baziotes e, soprattutto, Arshile Gorky, fino ad approdare alla sua definitiva cifra stilistica, liberandosi da ogni contaminazione per esprimere finalmente appieno il suo mondo interiore ed emozionale, dotato di una carica fantastica singolare e irripetibile.
Proprio al culmine di questo percorso, nel 1960, Afro sentì il bisogno di un ritorno alle origini, a un luogo dove natura e memoria potessero fondersi nuovamente con la pittura e propose alla famiglia di Prampero di acquistare il Castello, ricevendo una controproposta – accettata – per un affitto ventennale, dato che la proprietà è della famiglia di Prampero dal 1025.

La curatrice della mostra, Annalisa Boreatti, il cui saggio critico – dal quale questo articolo ha tratto larga parte delle proprie riflessioni, con dovuta e convinta attribuzione – ha saputo restituire con sensibilità rara sia la biografia dell’artista che il senso più profondo del suo legame con questo luogo. È merito suo se la mostra si presenta come un racconto coerente, capace di condurre il visitatore dalle prime scoperte veneziane fino all’ultima, sofferta stagione geometrica, passando per l’esperienza americana e per il ritorno definitivo alle origini friulane. Il titolo che la curatrice ha scelto per il proprio saggio principale nel catalogo della mostra – Luogo dell’anima – coglie con precisione quanto il Castello di Prampero fu, per Afro, un luogo in cui incontrarsi con la parte più autentica di sé, quella che fama, viaggi e successi avevano progressivamente messo in ombra.
Tutto l’apparato di questa mostra – i volontari che hanno gestito le aperture e accompagnato i visitatori nelle sale, la curatrice, gli organizzatori, le maestranze, gli uffici comunali e regionali, i membri stessi della famiglia di Prampero – ha avuto chiaro dal primo momento che questa mostra costituisce un dovuto e sentito tributo alla vita straordinaria di un uomo che è restato tale e fedele a sé stesso anche quando la sua arte lo aveva innalzato a figura mitica.
Costituisce, anche, il trait d’union con l’humus culturale che ha permesso, nei primi anni ‘30 del ‘900, l’imporsi della Scuola friulana d’Avanguardia, con protagonisti i tre fratelli Basaldella.
Si impone, con intenzione univoca, anche come lascito di memoria, nuova e rivitalizzata, di una stagione artistica grandiosa e splendida, di cui il Friuli Venezia Giulia è stato, incredibilmente, protagonista, come punto di partenza di personalità di statura mondiale.
Per prenotazioni: https://eilopass.it/registration/T2UMzSIxa8Xp8ZT2AZC4